Poi il buio

Non c'è più nulla che mi trattiene qui, neanche l'amore per la mia terra.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - lunedì 30 agosto 2021
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. © immagine tratta dal web

Via, via da Kabul. Ho camminato tra le macerie, sul filo invisibile che separa la vita dalla morte, mi sono nascosta nella polvere e in case sventrate dalle bombe per evitare i posti di blocco talebani. Non credete a quello che vi dicono, ho visto sparare sulla gente, picchiare le donne, frustare a sangue uomini e vecchi inginocchiati, sputargli addosso.

Ora, da questa parte del muro, con i piedi che affondano nel fango, vedo gli aerei decollare, ma hanno in stiva troppa gente in fuga e fanno fatica ad alzarsi in volo.

Via, via da Kabul.

Il giorno è torrido e la notte fredda, gli uomini spingono, le donne restano indietro, i bambini piangono, sono stanchi e hanno sete, un soldato americano porta dell’acqua. Sono qui ormai da due giorni, imprigionata nella folla che come me vuole partire, lasciarsi alle spalle le violenze, la miseria, una guerra infinita che non lascia speranze.

Mi chiamo Raiza e sto uccidendo i miei sogni per salvarmi la vita.

Non sono un’attivista, non sono una collaborazionista, sono solo una donna che ha creduto nell’utopia di una democrazia importata, di una parità che non appartiene alla nostra cultura, di una libertà di esistere lungamente agognata e solo intravista.

Ho iniziato a muovere passi incerti sul cammino dell’autonomia, ho smesso di indossare il burqa, sono andata a scuola con il terrore che i fondamentalisti mi picchiassero o peggio mi buttassero acido addosso, com’era già accaduto. Ma era troppo forte il desiderio di diventare artefice del mio destino e sono andata avanti. Il mio sogno era lì, a un passo da me, mi sarebbe bastato allungare la mano per poterlo toccare e invece l’ho visto svanire man mano che i talebani si avvicinavano a Kabul.

Le mie sorelle hanno deciso di restare, i figli, la famiglia, la folle convinzione che questa volta non ci saranno ritorsioni. «Noi restiamo», hanno detto, «ci vuole più coraggio a restare che a scappare».  Ed io non lo so, ma non c'è più nulla che mi trattenga qui, neanche l'amore per la mia terra.

Via, via da Kabul.

Solo che mi trovo dal lato sbagliato di questo aeroporto, con i piedi nel liquame di un canale, di fronte a un muro e al filo spinato. Nella tasca il cellulare e il passaporto.

Devo riuscire a raggiungere gli italiani. Sono nella loro lista.

Vedo una giornalista proprio qui davanti a me, è italiana e parla al microfono, un operatore la riprende, e alle sue spalle riprende la massa informe di cui faccio parte. Alzo le braccia per farmi notare e li chiamo con le poche parole di italiano che ho imparato. L’operatore zuma su di me.

«Soldati italiani aspettano me, sono Raiza, aiutatemi».

E non so se riescono a sentirmi, forse sì, perché la giornalista, che ancora parla al microfono, si avvicina e mi porge la mano, a sorpresa si apre un varco tra la folla.

«Vieni con noi» dice, «ti portiamo nella zona controllata dalle forze italiane».

E io sono veloce, mi aggancio a loro e li seguo.

«Via, via, non siamo al sicuro qui, c’è il rischio di un attacco Isis» dice l’operatore. Poi guarda la sua collega, «Perché lo hai fatto?».

«Per darle un’opportunità».

Ci allontaniamo velocemente, un gruppo di soldati viene verso di noi, li superiamo, mi volto a guardare chi è rimasto nel canale, ma non mi fermo, non posso fermarmi devo andare via da qui, via, via da Kabul.

Un boato.

Poi il buio.

Raffaella Ricci.

 

  

   

 

 

   

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