Di anima e di carne

E così ho smesso l’abito che mi avevi cucito addosso.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 24 luglio 2021
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. © immagine tratta dal web

Assurda, forse un po' folle quando senza casco mi avvinghiavo a te che correvi a duecento all’ora, lungo la strada tortuosa che costeggia il mare.

O tortuosa è la vita con i suoi miraggi e i suoi inganni. Con le sue vette e le sue voragini. Con i suoi giorni  scialbi, le ore morte, i minuti anonimi.

Siamo scesi dalla moto e hai iniziato a costruire la mia prigione.

«Bella» mi dicevi, «sei bella come una madonna, voglio adorarti senza toccarti».

Mi lusingavi, allora. Non più ora che gli anni sono passati e hai toccato tanti corpi ma mai il mio.

«È diverso, con le altre è solo sesso, non conta nulla.  Vorrei essere puro come te, ma la carne freme, l’anima inciampa e il corpo cede».

Mi hai posto sulla sommità di una colonna dorica, a guardare dall’alto la tua umana meschinità, così la chiamavi, mentre io, irraggiungibile,  dovevo procedere sul cammino della sublimazione.

Assurda, forse un po' folle ad aver atteso con tenacia e pervicacia che l’utopia della felicità si avverasse, ad aver rinunciato a tutto ciò che di bello la vita poteva darmi per un’idea di castità che non era la mia.

«Non capisci?» dicevi, «Tu sei una Dea, diafana come la luce della luna, leggera come un soffione di tarassaco sospinto dall’aria di primavera, impalpabile come la seta marina intessuta con fili preziosi.  Sei una creatura sublime. Perfetta».

Le tue parole ancora mi saziavano e bastavano a colmare quel senso di vuoto allo stomaco che a volte si impadroniva di me, a distogliere i miei occhi dagli amanti, i miei desideri dalle carezze sulla pelle.

«La verginità è un dono prezioso» ripetevi, ma era un dono a senso unico; ti fustigavi a volte davanti ai miei occhi, frustavi la tua carne a sangue, e sembrava quasi piacerti quella punizione che ti infliggevi.

Assurda, insensata, irragionevole, paradossale la vita, folle solo come noi le permettiamo di essere, sospesa sul sottile confine tra lo splendore e le tenebre.

Dovevo cancellare quella infondata percezione di me, fare qualcosa che mi facesse tornare miseramente umana. Finalmente imperfetta.

E così ho smesso l’abito che mi avevi cucito addosso.

Non comprendi cosa voglio dire?

La mia carne freme, la mia anima inciampa e il mio corpo cede.

Allo sguardo di un altro uomo, al tocco delle sue mani, al profumo della sua pelle, alla voracità delle sue labbra.

Ti arrampichi sugli specchi della tua logica malata. Continui a parlare mentre metto le mie cose in una valigia; in fondo non ho molto da portare via.

Per strada mi avvolge la vita, chiudo gli occhi, repiro profondamente, sorrido all'alba di un nuovo giorno.

Io, di anima e di carne.

 

Raffaella Ricci

 

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