Svegliati Abek!

I normali ritmi circadiani erano stati sconvolti da una vita “al contrario” che le imponeva il vivere di notte e il dormire di giorno.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 10 luglio 2021
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. © immagine tratta dal web

“Svegliati Abek, devi andare a lavoro”

La voce sembrava venir fuori dalle pareti e si diffondeva in tutta la stanza, ripetendo quel ritornello. All’inizio era quasi un sussurro e Abek continuò a restare con gli occhi chiusi, ancora immersa nei suoi sogni che sulla soglia del risveglio cominciarono a confondersi.

“Svegliati Abek, devi andare a lavoro”. Ora la voce era più decisa e le immagini oniriche, ormai sbiadite, si dissolsero del tutto, ma Abek continuò a tenere gli occhi serrati come per trattenere nell’anima l’ultima immagine del suo sogno; una lunga spiaggia di sabbia bianca lambita da un mare trasparente, e baciata da un sole amico.

Perché una volta il sole era amico. Lo aveva letto negli e-book forniti dalla scuola prima e cercati nella biblioteca pubblica dopo.

“Svegliati Abek, devi and…” aprì gli occhi e quella voce stridula finalmente si zittì. “Metti la mia musica” disse e si mise a sedere sul letto.

“I see trees of green, red roses, too, I see them bloom, for me and you and i think to myself what a wonderful word…”

«Vedo alberi verdi, anche rose rosse, le vedo sbocciare per me e per te e fra me e me penso che mondo meraviglioso…»

La sua voce assonnata stava duettando con quella roca e calda di Louis Armstrong. Le piaceva quella canzone, l’aiutava a mettere i piedi per terra con una carica di ottimismo che non aveva e ad affrontare la nottata nel modo migliore.

Andò in bagno e si guardò allo specchio sotto la luce crudele di una lampada biotonica. Aveva solo trent’anni ma se ne vedeva addosso almeno il doppio. Gli scienziati dicevano che dipendeva dal “crono-caos” e dai danni che provocava a lungo termine sull’organismo.

I normali ritmi circadiani erano stati sconvolti da una vita “al contrario” che le imponeva il vivere di notte e il dormire di giorno.

E l'effetto notte, così veniva chiamato l'invecchiamento precoce, era il prezzo da pagare.

Fece una doccia veloce e si vestì. Una volta le persone potevano scegliere l’abito da indossare, i tessuti come la seta, la lana o il cotone, i modelli che preferivano, e anche i colori, gli accessori come orecchini, cinture, foulard, collane, borse grandi, piccole, scarpe basse o con tacchi vertiginosi. Ora solo tute climatizzate con nano antenne al carbonio. Tutte uguali.

E questo era l’altro prezzo da pagare al surriscaldamento globale. La priorità della sopravvivenza aveva cancellato la creatività, la fantasia, la bellezza, l'individualità. Non più esseri umani, ma replicanti. Le stagioni erano scomparse, l’estate, l’inverno, la primavera, l’autunno erano solo memorie di romanzi perduti che si andava a cercare o di vecchie canzoni che lei amava ascoltare per ristabilire un suo equilibrio interiore. Si domandava perché, pur sapendo esattamente dove stavano andando, gli uomini non si fossero fermati. Ma non c'era risposta, nessuna risposta bastevole a spiegare quello che stava accadendo.

Il tempo era diventato imponderabile, le temperature oscillavano nell’arco di poche ore dal caldo torrido al freddo glaciale, le tempeste si abbattevano con una violenza inaudita sulle coste, i mari erano vasche di brodo bollente ormai prive di vita, i poli sciolti, le antiche spiagge sommerse e…

«Abek fermati» si disse, «è tutto inutile». Aprì la porta del suo appartamento nel quartiere popolare di Tannhäuser, entrò nella sua navicella e sorvolò gli edifici tutti uguali della colonia, il palazzo del Governo e quello del congresso, il centro studi “FutureLife” e i campi di lavoro sotto una cupola di cielo artificiale.

Le colonie, cinque in tutto, ognuno formata da ventimila abitanti, erano le uniche in cui c’era ancora vita sulla terra..

Prima di iniziare la discesa, guardò l'orologio di bordo, erano le venti e trenta del 10 luglio 2051.

Raffaella Ricci

 

 

 

 

 

 

 

 

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