Qualcosa che assomigliava alla felicità

E non so quando, ognuna con la sua sedia in mano rientrerà nel silenzio della propria casa

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 05 giugno 2021
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. © immagine tratta dal web

Dalla porta aperta che dà sulla strada guardo un pezzo di mondo, un angolo di cielo, un quarto di luna e qualche stella che s’affaccia alla stanza. Ai lati, le mura scure della camera, le chianche di pietra appena illuminate dal fascio di luce del lampione sulla piazzetta, la sagoma del vecchio tavolo di legno, il mio letto addossato alla parete e io, bambina, tra le lenzuola ruvide di cotone che profumano di pulito. Le donne, dopo una giornata di lavoro, fatta di spesa, di cucina, di pavimenti lavati in ginocchio, di bucati nel mastello, hanno preso le sedie, si sono sedute davanti alla porta, al fresco di una sera d’estate, e parlano tra loro.  

Tutta la mia famiglia declinata al femminile.

Gli uomini sono altrove, in giro per le strade a fumare una sigaretta, da qualche parte a bere un bicchiere di vino, seduti a un tavolino a giocare a briscola, in piazza a non far niente anche loro. Alcuni sono partiti e non sono più tornati, la guerra prima, il Canada ora. Chissà cosa c’è in Canada che qui non abbiamo.

Anche mio padre è salito su una nave per il Canada e quando arriverà, troverà una casa tutta per noi e ci manderà i biglietti per partire. 

E io non so se voglio partire perché qui ho tutto, tutto quello che mi serve, tutto l’amore di cui ho bisogno e, ogni sera, questo momento perfetto di me che mi addormento mentre ascolto le voci di mia madre, delle sue sorelle, della cugina Tina, la maestra, delle vicine che abitano le case affianco.

Tra un ultimo rammendo e un ricamo, parlano del più e del meno, di come è stata la giornata, mentre la sera si inoltra nella notte, di quello che è successo a un certo Bernardino che abita in fondo alla strada, mentre il fresco fa dimenticare l’arsura del giorno, di una lettera appena arrivata, mentre non si aspettano nient’altro dalla vita se non questo momento esclusivo sul finir della sera. Le loro voci intessono racconti che mi fanno sorvolare come su un tappeto volante nuovi mondi e hanno il sapore delle fiabe raccontate prima di andare a letto. Le loro parole danzano nella notte e mi accompagnano, come una nenia, in un sogno di bambina fatto di frammenti di storie giunti fino a me, perché qualcosa mi sfugge quando il timbro delle loro voci si abbassa e i miei occhi cominciano a chiudersi.  A volte tento di oppormi e li riapro, a fatica, per fissare nella mente questo cameo di eternità di cui ancora non comprendo il valore. Poi è dolce addormentarmi al suono delle loro risate lievi, a stento trattenute, e di alcune frasi che si impennano sul mormorio delle loro confidenze. E non so quando, ognuna con la sua sedia in mano rientrerà nel silenzio della propria casa. Sarà il più tardi possibile, nonostante la stanchezza del giorno, per sfuggire alla solitudine della notte. Sarà quando l’umido attraverserà la pelle e arriverà a bagnare il cuore.

Ma questo momento in cui si ritrovano sedute intorno a una porta, a sventolarsi con un ventaglio di fortuna, a scollarsi gli abiti dalla pelle umida di sudore, questo momento fatto di niente e di tutto è la loro oasi nel deserto, una pietra preziosa che le ripaga di ciò che non hanno mai avuto o che gli è stato tolto.

Lo capirò anni dopo, quando mi ritornerà sempre più spesso alla mente la visione di loro sedute a delle vecchie sedie di legno, fuori alla porta, nelle calde sere d’estate, quando bastava stare vicine a raccontarsi la giornata per recuperare qualcosa che assomigliava alla felicità.

Raffaella Ricci

 

  

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