Le ragioni dei deboli

Al giorno d’oggi è facile indignarsi per il tempo di una news, poi veniamo assorbiti dalla vita di tutti i giorni e volgiamo lo sguardo altrove.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 29 maggio 2021
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. © immagine tratta dal web

“E in seguito abbiamo detto ai figli d’Israele: dimorate al sicuro nella Terra Promessa” (Corano 17:104)

Ora le bombe tacciono su Gaza, gli attacchi sulla Striscia hanno distrutto scuole, ospedali, abitazioni, fabbriche e fattorie, fognature e generatori di elettricità  e hanno messo di nuovo in ginocchio la martoriata popolazione palestinese.

I figli di Israele grazie alla netta superiorità economica, alla forza militare e agli appoggi internazionali dimorano più al sicuro nella "Terra Promessa".

Ma ora le bombe tacciono e i Palestinesi potranno trovare un po' di pace nel silenzio della notte, piangere i loro morti, raccogliere ciò che è rimasto delle loro case e sperare di ricominciare a sopravvivere.

Perché di questo si tratta, di sopravvivenza.

Da tanto tempo ormai hanno cessato di vivere, di sentirsi al sicuro nelle mura domestiche, di camminare tranquilli per le strade. Sono il bersaglio della strategia della deterrenza che ha come scopo mostrare la superiorità militare israeliana ai paesi arabi ostili. Il motivo per cui Israele possiede 450 bombe nucleari e ha l’esercito più forte del Medioriente è proprio questo; sembra che nella lotta israelo-palestinese non possa permettersi di perdere nessuna battaglia.

Ma questa volta c’è dell’altro, Netanyahu doveva allontanare da sé il processo che lo vede accusato di corruzione e inoltre aveva bisogno di ristabilire la sua leadership politica; non ci venga a dire che gli attacchi preventivi sono “legittima difesa”

E anche se i Paesi del mondo occidentale fanno finta di credergli, Stati Uniti in testa, siamo tutti consapevoli che il primo ministro israeliano in questo caso ha difeso soltanto se stesso.

In Israele stava per prendere forma una coalizione di unità nazionale che avrebbe incluso per la prima volta un partito arabo israeliano mussulmano. Questa soluzione sarebbe stata una grave sconfitta per Netanyahu, ma anche per Hamas che non godeva più di grande popolarità presso i Palestinesi i quali chiedevano di dare priorità all’economia rispetto alla guerra.

Anche Hamas, quindi, ha ingaggiato questa battaglia solo per giustificare la sua stessa esistenza.

Ora, dopo 11 giorni di scontri, entrambi i fronti, simultaneamente, hanno dichiarato il cessate il fuoco, i loro obiettivi sono stati raggiunti, poco importa il numero delle vittime da una parte e dall’altra.

243 Palestinesi morti di cui 66 bambini, 39 donne e 17 anziani, 1900 feriti. Per quanto riguarda gli Israeliani i morti sono 12 e i feriti 350 circa.

Le vite spezzate sono sempre un sacrificio inutile, un delitto contro l’umanità, su qualsiasi fronte si trovino, ma il divario enorme di vittime, delle donne, dei bambini, degli anziani, dimostra che sono sempre i più deboli a pagare il conto più alto, e ora i più deboli al di là di qualsiasi narrazione sono i Palestinesi.

Istintivamente ed emotivamente io ho sentito di essere dalla loro parte e avrei voluto dire qualcosa in proposito, esprimere la mia solidarietà a questo popolo tenuto in ostaggio da una politica che mira solo a consolidare il proprio potere.

Sì, avrei voluto dire qualcosa, ma sarebbe stata una sterile e isolata reazione emotiva, niente di più. Al giorno d’oggi è facile indignarsi per il tempo di una news, poi veniamo assorbiti dalla vita di tutti i giorni e volgiamo lo sguardo altrove.

Allora ho deciso di non essere più un’ascoltatrice superficiale che riceve le notizie passivamente e semplifica anche ciò che è molto complicato, che prende posizione senza conoscere le ragioni di un popolo e dell’altro e che divide in maniera netta i buoni dai cattivi, forse condizionata da una memoria collettiva che ha dovuto fare i conti con la Shoà o perché come molti sono abituata a incasellare la realtà nello schema di giusto o sbagliato.

Mi sono presa del tempo per capire i perché di un conflitto che dura da più di cent’anni, le sfumature a margine degli eventi, le variabili del Caso.

E nella mia ricerca della verità ho camminato nel deserto insieme ai popoli nomadi e mi sono persa nelle pagine della Bibbia e del Corano, nelle pieghe della Storia, lungo le vie della diaspora, nei ghetti, nei campi di concentramento, nelle eliminazioni di massa.  Ma mi sono anche accampata nella terra di Canaan insieme alle comunità di pastori arabi e con loro, nel corso lungo dei secoli, ho visto crescere il senso di identità di un popolo culminato con la rivendicazione di una nazione palestinese.

Forse questa mia indagine non servirà a molto, non cambierà il corso delle cose, ma mi aiuta a comprendere le ragioni di entrambe le comunità, così come mi permette di individuare le strumentalizzazioni che la politica fa di queste ragioni a scapito di entrambi i popoli.  E mi è chiaro come i pretesti che hanno scatenato l’ultimo conflitto sono stati creati artificiosamente non per la difesa di un valore collettivo ma per il mantenimento di un potere personale.

La Storia non è mai come ci viene raccontata.

Perché chi la racconta ci offre sempre la sua versione e quindi una visione parziale, un punto di vista limitato, quando non capzioso dei fatti.

E a raccontare la Storia sono i vincitori.

I vincitori hanno più forza di fuoco, più risorse economiche, hanno bombe nucleari e aiuti militari.

Andare a cercare le verità non dette, ha dato un senso al mio sdegno, ha dato sostanza alla mia istintiva presa di posizione e l'ha sottratta all’impalpabilità delle emozioni sostenendola con la consapevolezza.

È un cammino appena intrapreso, troppe pagine sono state scritte e giacciono nascoste o dimenticate negli archivi della Storia. La ricerca è faticosa, ma ora so da che parte stare con il cuore e con la mente.

Sto con i Palestinesi a cui hanno distrutto le case, sto con i Palestinesi che devono superare i posti di blocco israeliani per andare a coltivare ogni giorno le proprie terre altrimenti gliele requisiscono, sto con quelli che subiscono violenze da parte dei coloni israeliani, con quelli costretti a vivere nei campi profughi, sto con quelli che non hanno diritti, sto con le ragioni inascoltate dei più deboli.

Io sto dalla parte dei 243 Palestinesi morti in questi 11 giorni di guerra e sto con i 66 bambini che non potranno più giocare tra le mura diroccate delle loro case dove riuscivano, nonostante tutto, a essere bambini; sto con quei piccoli corpi avvolti in lenzuoli bianchi e tenuti tra le braccia disperate dei loro genitori. E non ho paura di puntare il dito contro lo Stato Israeliano che ha occupato militarmente le terre assegnate ai Palestinesi e tiene sotto assedio una popolazione di cui non rispetta i diritti umani.  

 “E in seguito abbiamo detto ai figli di Israele: disperdevi e vivete in tutto il mondo. E quando la fine del mondo sarà vicina, vi riuniremo di nuovo nella Terra Promessa”. (Corano 17:104).

Raffaella Ricci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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