La mia vicina "so tutto"

Anche all'onniscienza c'è un limite, se non si è Dio

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 01 maggio 2021
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. © immagine tratta dal web

La mia vicina sa tutto, sa fare tutto, e lo sa fare meglio di tutti.

Si chiama Lea ed è un tipetto pieno di energia, prepara conserve e marmellate, cuce tende e abiti, ricama tovaglie e lenzuola, cucina da Dio, a suo dire perché io non ho mai assaggiato nulla di ciò che prepara, conosce tutti i segreti per avere una casa linda come nella migliore pubblicità e trova anche il tempo di leggere e di andare in palestra.

Ma ciò che mi sorprende in maniera esagerata è che sia in grado di dissertare su tutto e sappia fare anche quei lavori da uomo come ridipingere i muri, sistemare la gamba di un mobile, aggiustare un elettrodomestico, risintonizzare la tv, sistemare il citofono, cambiare le gomme all’auto.

Questo è ciò che dice, e inizialmente, stordita e sorpresa, le credevo, ma ora non più, perché anche all’onniscienza c’è un limite, se non si è Dio.

Ad ogni modo cerco di mantenere buoni rapporti di vicinato, e occasionalmente la invito per un caffè a casa mia. Ogni volta vado in ansia, perché so che troverà sempre da ridire su qualcosa.

E, poverina, è anche gentile e solerte e spesso si offre di porre rimedio agli errori altrui, come quando il tappezziere non ha tirato bene la stoffa sulla poltrona Luigi XIV e lei, dopo una lunga disquisizione su come si tende e si fissa la stoffa, si è offerta di sistemarla. Gliel’ho impedito, non mi fido di chi ostenta di saper fare tutto perché sono convinta che alla fine non sappia fare bene nulla.

A volte mi domando se la mia diffidenza non dipenda da una sorta di invidia nei suoi confronti. Ed è per questo che ho deciso di darle un’opportunità o più perfidamente metterla alla prova.

L’ultima volta che è venuta a prendere il caffè, le ho mostrato una lampada di design con problemi di accensione.

«E che ci vuole» ha esclamato enfatica, «dammi un cacciavite e la sistemo.»

«Non ho il foglietto delle istruzioni» ho precisato.

Mi ha guardata dall’alto in basso, come se avessi detto una bestemmia. «È solo una lampada da tavolo e funziona come tutte le lampade da tavolo. Ne avrò sistemate almeno un migliaio fino ad ora».  

«Preparo prima il caffè?» ho domandato.

«No, lo prendiamo dopo».

Le ho dato il cacciavite, lei ha svitato la lampadina, tolto il paralume, smontato il porta-lampada con relativo interruttore e staccato i fili elettrici. Ha cercato di individuare il problema e dopo circa tre quarti d’ora ha sentenziato:

«È il socket with che non va.»

«Il socket with?»

«L’interruttore».

Ma questo lo sapevo già.

«Puoi sistemarlo?»

«Bisogna sostituirlo».

Anche questo sapevo già tanto che avevo comprato il pezzo di ricambio. Gliel’ho mostrato.

«Con questo?»

L’ha guardato. «Può andare».

E no, cara vicina so tutto, quello è proprio il ricambio originale. Comunque ha cominciato ad armeggiare, ha collegato i fili, alloggiato l’interruttore nel porta-lampada, rimesso il paralume e riavvitata la lampadina.

«Metti la spina nella presa di corrente» ha detto.

Ho inserito la spina e la lampadina si è accesa.

«Bene, funziona» ha constatato soddisfatta.

In quel momento mi sono ricreduta su di lei e mi sono sentita un po' cattiva ad averla considerata sempre una millantatrice, ma quando ho premuto l’interruttore per spegnere la luce, la lampadina è rimasta accesa.

L’ho guardata. «Non si spegne» ho detto.

«Si accende, no? Quando vuoi spegnere la lampada stacca la spina dalla presa».

Non mi ha degnata di uno sguardo ed è andata via senza bere il suo caffè.

Raffaella Ricci

 

 

 

 

 

 

 

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