Ti ricordi?

Certo non casca il mondo se non ricordo una cosa così, ma ho cominciato a domandarmi quante cose non ricordo della mia vita

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 27 febbraio 2021
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. © immagine tratta dal web

Ieri sul gruppo “papà e mamma” creato dai nostri figli su WhatsApp, Andrea, nostro figlio più piccolo, ha postato la foto che vedete in alto.

Andrea ha 35 anni e vive a Milano, lavora in una grande azienda ed è responsabile delle vendite. Voglio dire non è più un bambino. Ma chissà dove ha trovato la foto con questo camper giocattolo e ha chiesto se ce l’avevamo ancora da qualche parte.

«Cos’è?»  Ha scritto il padre, e Stefano che vive e lavora a Dublino e ha 37 anni ha risposto: «Il camper delle micro-machines».

A dire la verità, né io né Arturo ricordavamo di avere mai comprato il camper delle micro-machines e no, non ce lo avevamo più. Man mano che sono cresciuti e hanno abbandonato i vecchi giocattoli, li abbiamo in qualche modo riciclati, se erano ancora in buono stato, o buttati.

Sono seguiti, poi, una serie di messaggi che parlavano di partite di basket e di calcio, e io, esclusa da questa conversazione, ho avviato, tra me e me, una serie di considerazioni del tipo, i miei figli sono già tanto cresciuti da ricordare qualcosa che è appartenuta alla loro infanzia e provarne nostalgia, il tempo passa così velocemente e ieri erano bambini e oggi non lo sono più, devono conquistarsi un posto nel mondo che produce e giù di lì.

Sono andata a guardarmi allo specchio del bagno, mi sono tirata la pelle degli zigomi verso le orecchie, ho contato tutte le rughe intorno agli occhi e ho sollevato le sopracciglia  con le dita. Già che c’ero mi sono struccata e ho applicato le creme per il collo, per il viso, per il contorno occhi, mi sono lavata i denti e mi sono spazzolata i capelli. Chissà perché cento colpi di spazzola. Io arrivo a malapena a cinquanta, poi mi fa male il polso.

Sul cellulare intanto arrivavano altri segnali sonori. Ho dato un’occhiata, sempre i miei uomini a parlare di sport. Mi sono seduta sulla poltrona e ho acceso la tele, c’era uno di quei polizieschi nostrani che proprio non se ne può più e ho pensato al camper delle micro-machines. Possibile che non ricordassi di averlo comprato? E non potevo neanche dirmi che era stato Arturo a comprarlo, perché lui non è mai andato a comprare un regalo per i ragazzi, quello era un compito che toccava a me e quanto zelo ci mettevo per assolverlo nel migliore dei modi.

Niente, per quanti sforzi facessi, non ricordavo di averlo mai comprato, che età avessero, in che circostanza e neanche che l’avessero mai posseduto.

Certo non casca il mondo se non ricordo una cosa così, ma ho cominciato a domandarmi quante cose non ricordo della mia vita. E perché ognuno di noi ricorda solo un pezzo della storia, un particolare a margine, magari una scena apparentemente insignificante. Come funziona la memoria, cosa conserva nel tempo e cosa va perduto. E io cosa stavo perdendo

Intanto Arturo, sempre con il cellulare in mano, ha aperto la porta di casa.

«Dove stai andando?» gli ho domandato.

«Giù in garage, torno subito».

È salito dopo un’ora che quasi mi stavo preoccupando, quasi, perché alla mia età e dopo 45 anni di matrimonio, non nutro più per Arturo le ansie di un tempo, quando faceva tardi la sera e gli andavo incontro dicendo mi hai fatto preoccupare, anche se in realtà era la gelosia a farmi preoccupare.

Ad ogni modo Arturo ha aperto la porta mentre io guardavo lo schermo, senza vederlo, e sentivo le voci dei personaggi, un commissario che incalzava il sospettato e questi che alla fine confessava, senza ascoltarle.

In quel momento mi stavo domandando come mai non ricordassi proprio niente di quel benedetto camper delle micro-machines, temendo un inizio di Alzheimer, demenza senile, o non so cos’altro, e se avrei dovuto prendere un appuntamento con uno specialista, un neurologo probabilmente. O uno psichiatra?

Ed è stato proprio allora che ho visto Andrea e Stefano bambini, seduti sul tappeto, davanti alla televisione, con il camper trasformato in una specie di città e le loro micro-machines.

Vi dicevo, Arturo ha aperto la porta e teneva sotto il braccio una scatola di cartone. Rideva.

Avrei voluto dirgli: «Mi sembra di ricordare qualcosa», ma lui mi ha preceduta, «Aprila» ha detto, e ha posato la scatola davanti ai miei piedi, «ma prima leggi cosa hai scritto sul cartone».

E ho letto:

1993- Camper delle micro-machines.

«Sai», ha aggiunto, «mi sono ricordato di quando mi hai fatto portare questa scatola in garage, non ho mai letto quello che ci avevi scritto sopra, ma hai detto: “I loro giocattoli non possiamo conservarli tutti, ma questo gli piace così tanto che me lo chiederanno prima o poi”».

Ho sorriso, ognuno ricorda della storia solo una parte ed è mettendo insieme tutte le parti che ricostruiamo il nostro diario famigliare.

Arturo ha scattato una foto e l’ha postata sul gruppo, poi si è seduto sul divano insieme a me, «Ti ricordi» ha detto, «quando gli abbiamo regalato le auto telecomandate?»

«Sì, era Natale del 95, ricordo che comprai anche le pile ricaricabili e il carica-batterie, sapevo che avresti giocato anche tu con loro, le pile normali si sarebbero scaricate subito.»

«Io ricordo che ci giocavi anche tu».

«Sì, è vero ci giocavo anche io, ma non quanto te». Ho tirato un sospiro di sollievo,  «E tu ti ricordi…».

 

Raffaella Ricci

 

   

   

 

 

 

 

 

 

 

  

 

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