L'altra notte, la neve

I vasi sul davanzale erano già imbiancati.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 20 febbraio 2021
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. © immagine tratta dal web

L’altra notte ha nevicato. Qui non nevica mai. Eppure l’altra notte ha nevicato.

Io dormivo, e probabilmente stavo sognando qualcosa, anche se non ricordo bene cosa, ma ero vicina al mare ed era estate, quando ho avvertito una sensazione strana di freddo, e non bastava la coperta, che mi ero tirata fin sopra al naso, a farmela passare. 

«Sta nevicando» ho detto, e mi sono svegliata. Mi sono rigirata nel letto, ho richiuso gli occhi, ma niente, quell’idea della neve mi martellava le tempie.  La vedevo cadere sulle case, sulle strade, sulle barche ormeggiate al molo, sulle palme che stavano lì a fronteggiare il mare e non riuscivo a respirare. Forse stavo ancora sognando. Allora mi sono messa seduta a scrutare il buio che man mano lasciava affiorare la stanza, e mi sono data della stupida. Poi l’ho vista, oltre i vetri, svolazzare leggera nella luce gialla dei lampioni, come incerta dove posarsi. Sembrava che danzasse. I vasi sul davanzale erano già imbiancati.

Sono scesa dal letto per andare a guardare, ma prima ho cercato la mia vestaglia, quella blu con i fiori rosa, e ho aperto l’armadio.  Mi sono trovata davanti a un’indefinibile allineamento di sagome scure, non volevo accendere la luce, e sono andata a memoria facendomi guidare dal tatto.  Le mie mani sfioravano i tessuti, riconoscendoli e quando sono arrivate alla vestaglia, indifferenti ai brividi di freddo che mi scuotevano il corpo, hanno proseguito fino al lato estremo dell’armadio come se fosse un gioco o una prova di abilità. Quando si sono fermate, accarezzavo la tua giacca di lana, quella che hai dimenticato a Natale.

Avevo le dita dei piedi ghiacciate, le gambe e le braccia ghiacciate, il corpo contratto, il freddo  mi entrava  nel naso, come se fossi fuori, sotto la neve, e si solidificava nel petto. Che sensazione strana, non pensavo che, in quel breve lasso di tempo impiegato per aprire l’armadio e cercare la vestaglia, avrei avvertito così tanto freddo. Solo le mani che affondavano nella lana pesante della tua giacca erano al caldo. Allora, l'ho staccata dalla gruccia e l'ho infilata, mi sono alzata il bavero fino alla nuca e, a uno a uno, ho chiuso tutti i bottoni. Ho risvoltato le maniche troppo lunghe, ho messo le mani nelle tasche e sono andata dietro la finestra a vedere la neve.

No, non si posava, riusciva appena a toccare terra che già si scioglieva come una lacrima. Con le dita mi sono asciugata gli occhi, mi sono stretta nella tua giacca e sono rimasta a guardare i fiocchi che volteggiavano nell’aria, sotto la luce gialla dei lampioni.

E non so per quanto tempo sono rimasta così, a guardare i tetti e i cornicioni delle case, le ringhiere e le auto appena velate di bianco, sotto un cielo livido e immobile.

«Domani» ho detto, «resteranno solo pozzanghere che il sole asciugherà».

Avvolta nella tua giacca, sono tornata a letto, sotto le coperte e mi sono addormentata.

RR

   

            

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