Di crisi in crisi

Non avevamo proprio bisogno di un'altra crisi del Paese, delle istituzioni, della politica.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 06 febbraio 2021
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. © immagine tratta dal web

Avrei bisogno di leggerezza.

Chi non ne ha.

Di quella leggerezza stupida che ti fa ridere per niente, che ti fa sentire felice senza alcun motivo e ti fa salutare la gente per strada, anche quella che non conosci, perché è bello sentirsi in pace con se stessi e con gli altri.

E invece sto vivendo un tempo offuscato da eventi che non posso controllare. Non dipendono da me. Non posso fare nulla se non mettere la mascherina e osservare la distanza di sicurezza.

Vado avanti in giorni vuoti di calore, vissuti tra le mura di casa e un’ora d’aria. Destabilizzata.

Forse è questo il mio problema. Forse è il problema di tutti.

Fino a ieri, o magari sarebbe più giusto dire l’altro ieri, pensavo di essere padrona dei miei giorni, con negli occhi il luccichio della vita, con i miei “so tutto”, col taccuino pieno di appuntamenti e la serata al cinema o in pizzeria.

E non ero la sola, se non solo un piccolo granello di sabbia sulla spiaggia del mondo.  Dopata da una società dove l’avere privilegia l’essere.  Ipnotizzata da tutti i futuri possibili, da visioni immaginifiche indotte dalla pubblicità, dalla cultura individualistica, dall’elogio dell’egoismo. Solo specchietti per le allodole, verso cui svolazzare ignoranti.

Ma…

Tutto quello che è accaduto nell’ultimo anno ha dato un calcio alle mie certezze e credo anche alle vostre e mi ha collocata in una posizione di standby dove mi tengo, apparentemente tranquilla, in trepida attesa che tutto questo finisca.

La chiamano Pandemia.

E devo confessarlo, mi fa paura.  Tengo al guinzaglio le mie emozioni, perché temo che se le lasciassi libere di esistere ne sarei sopraffatta, e mi punto con i piedi per terra, anzi i piedi li affondo nella terra per non correre il rischio di essere trascinata via. Sto precipitando verso un ignoto dove. E non so se finirà e se finirà non so se dopo sarò più la stessa.

La chiamano crisi economica.

E consegue dalla prima.  Difficile scegliere cosa salvare, se la borsa o la vita. Difficile trovare un punto di equilibrio quando cammini su un filo da cui rischi di cadere da un momento all’altro. Molti sono già caduti e tremo al pensiero di cadere anch’io. Le saracinesche abbassate. I disoccupati. I poveri sempre più poveri. I giovani senza futuro.  Vedo la gente che affronta la fatica di vivere.  La vedo scorrere come un fiume lungo la riva dei privilegiati, di quelli che in qualche modo si salvano.

La chiameranno crisi sociale. Forse la chiamano già.

Tutti saremo nemici e ognuno penserà a salvare solo se stesso. Ma quante volte ho sentito dire che non ci si salva da soli. Lo avete sentito anche voi. E comunque non avrà più importanza. Non avrà importanza per noi l’idea di solidarietà, non vorremo rinunciare a nessun privilegio per andare avanti tutti insieme. Che poi sarebbe come fermarsi e tendere la mano a chi non ce la fa a superare la salita. Chiusi nel bozzolo del nostro egoismo, il resto non avrà importanza.

Già da ora è evidente che navighiamo a vista nel mare dell’esistenza senza credere più a niente e a nessuno. Senza ideali, senza principi, senza un confine tra ciò che è bene e ciò che è male. Senza un Dio che ci consoli, uomini in crisi di valori. 

E, di crisi in crisi, anneghiamo in un'altra crisi del Paese, delle istituzioni, della politica. No grazie. Proprio no.

Invece assistiamo impotenti e attoniti, tranne qualche sfogo o improperio su facebook, una sorta di litigio virtuale tra noi e noi, allo scempio che viene consumato sulla nostra carne in nome del "bene comune" altrimenti detto "bene degli italiani".

Ecco, queste ultime locuzioni credo di averle usate impropriamente a meno che il loro significato etimologico non sia cambiato.

Mi disgustano i giochi di palazzo, gli sgambetti, i colpi bassi, quelli alle spalle, le parole vuote, il tutto e il contrario di tutto, gli azzardi di chi non ha nulla da perdere con il suo misero due per cento.

Capisco invece, in momenti come questo, la rabbia e la frustrazione della gente, capisco la paura di non risollevarsi, di perdere tutto anche la speranza.

Ma ancora resisto sul mio terrapieno di saggezza, apparentemente tranquilla, anche se non so per quanto, in trepida attesa che la pandemia, la crisi economica, sociale, del Paese e della politica  finiscaho, e i nostri "condottieri" ci portino in salvo da qualche parte.

Sì, avrei proprio bisogno di leggerezza.

Raffaella Ricci

 

 

 

  

 

 

 

    

 

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