Caramelle da uno sconosciuto

Imparano presto i bambini, ma non hanno i mezzi per difendersi.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 30 gennaio 2021
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. © immagine tratta dal web

Da dietro i vetri della finestra guardavamo l’inverno. Fuori.

Avevamo finito i compiti e non sapevamo che fare.

Per questo guardavamo fuori.

«Io so volare» disse Micol, «mi ha insegnato Mattia».

Ogni volta si inventava storie fantastiche che ascoltavo a bocca aperta.

«Ho fatto una prova saltando dal muretto, giù nel cortile» aggiunse.

Il muretto, allora, a me sembrava un alto muro di cinta.

«Ora è inverno ma quando arriverà la primavera aprirò la finestra e… lo vedi il cavo della corrente?»

E io lo vedevo.

«In primavera le rondini si posano su quel cavo, prendono fiato e infine aprono le ali e si lanciano nell’aria. O forse prima si lanciano e poi aprono le ali».

I suoi occhi mi colpirono con lampi di luce. Micol era soprannaturale.

«Aprirò la finestra e mi lancerò sul cavo. Mi terrò con le mani, sospesa nel vuoto, svolazzerò come una bandiera e magari farò due chiacchiere con le rondini, ma non so se conoscono la mia lingua. Poi volerò fino al balcone del primo piano, scavalcherò la ringhiera e con un salto atterrerò sulla strada.

Schiacciai il naso contro i vetri per prendere le misure dal cavo al balcone del primo piano, l’altezza della ringhiera, la distanza dalla strada. Calcolai che Micol ce la poteva fare.

Era tutto così facile per lei.

Arrivò la primavera e quasi avevo dimenticato che  Micol sapeva volare. Quasi.

 «Lo farò oggi», disse

«Cos'è che farai oggi?» domandò mia madre.

Micol non rispose, non fece in tempo a inventare una delle sue storie fuorvianti, io invece esclamai:

«Mamma lei sa volare dalla finestra al balcone di sotto».

«Spiegami meglio» disse la mamma e Micol dovette spiegare. Sapeva che altrimenti lo avrei fatto io e non volle lasciarmi il piacere della ribalta.

La mamma si spaventò e le spiegò che non doveva farlo e che era una cosa molto pericolosa. Micol sembrò capire ma per sicurezza la mamma non la perse d’occhio neanche un momento.

«Le seguo passo, passo, le accompagno e le vado a prendere a scuola ogni giorno, dico sempre di non accettare caramelle dagli sconosciuti, non le lascio mai sole, ma non basta» la sentii dire a mio padre, «come faccio a difenderle anche dalle loro fantasie?».

Lui non disse nulla, ma l’abbracciò fino a quando lei non si sentì al sicuro.

Poi papà ci chiamò e con parole semplici ci spiegò una cosa che né io né Micol avevamo ancora capito: quella cosa che chiamiamo morte non viene a prendere solo i nonni, a volte si porta via anche i bambini, gli toglie il sorriso, la gioia, la luce, il gioco, il respiro.

Quella notte non riuscimmo a dormire.

 «Ma tu l’hai mai vista?»  mi domandò Micol.

«Cosa?»

«La Morte».

Non risposi. Avevo già sentito parlare di lei nei racconti di alcuni bambini giù nel cortile. E anche se non l’avevo mai vista il solo nominarla mi atterriva.  

«Come facciamo a riconoscerla se non l’abbiamo mai vista?».

Dover spiegare la morte ai bambini, non è facile per i genitori. Spesso prima devono affrontare  le loro ansie e le loro paure per superare la difficoltà a parlarne. Convinti di proteggerli evitano di toccare un argomento che ritengono doloroso, ma non è così.

Micol non ha mai “volato” anche se spesso la vedevo osservare il cavo elettrico e il balcone convinta  in cuor suo di poter riuscire a farlo.

Solo adesso mi tornano in mente le parole di mia madre e  capisco il suo sconforto.

«Seguo i miei figli passo, passo, li accompagno e li vado a prendere a scuola ogni giorno, dico sempre di non accettare caramelle dagli sconosciuti, non li lascio mai soli, ma come faccio a difenderli dai nuovi pericoli?».

I ragazzi sin dalla più tenera età navigano in dimensioni parallele su cui non riusciamo a seguirli. I nativi digitali sanno muoversi sul web che rimane semisconosciuto per gli adulti e attraversano la realtà virtuale da un social a un altro, da un account a una chat, a una velocità iperbolica.

Imparano presto i bambini, ma non hanno i mezzi per difendersi.

E allora tocca a noi. Dobbiamo insegnargli a dubitare sempre di chi si trova dall’altro lato dello schermo, spiegargli che quello che fanno in rete ha conseguenze nella vita fuori,  dobbiamo stimolare il dialogo e ascoltarli senza giudicarli, evitare che si isolino e imparare a bloccare utenti fastidiosi o pericolosi. Usare la rete è un percorso che dobbiamo fare insieme per evitare che vengano adescati, manipolati, e spinti in giochi perversi che possano mettere in pericolo le loro vite.

Perché i bambini pensano sempre di poter volare.

RR

 

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