La carriera di un rottamatore

Al grido di "rottamazione" era arrivato ai vertici dell'organigramma aziendale e, per un breve periodo, ne aveva guidato anche le sorti. .

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 16 gennaio 2021
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. © immagine tratta dal web

La sua era una grande azienda, occupava tutto un antico palazzo del Cinquecento nel centro di Roma e contava varie succursali sparse nel paese.

La “Sua” azienda era sua perché ci lavorava non perché gli apparteneva. In fondo era un semplice stipendiato al servizio della causa, e anche se il senso di appartenenza è al genere umano come la luce alle stelle, in lui si ravvisava più la brama avida del possesso.

Infatti all’interlocutore sprovveduto quel “La mia azienda” che soleva ripetere suonava più come se fosse il padrone della stessa.

Certo, aveva fatto una buona carriera e aveva conosciuto momenti di gloria. Al grido di "rottamazione" era arrivato ai vertici dell'organigramma aziendale e, per un breve periodo, ne aveva guidato anche le sorti.

Poi aveva commesso un errore, doveva aver sopravvalutato se stesso o sottovalutato la situazione, le circostanze, gli umor probabilmente, ed era tornato nel piccolo stanzino buio da cui era partito.

Era sicuramente un soggetto capace, aveva una profonda conoscenza del suo lavoro e una lunga esperienza sul campo, ma, a parte un piccolo nucleo di fedelissimi o di opportunisti, tutti i suoi colleghi lo guardavano con diffidenza per quella sprezzante capacità che aveva di dirti "Stai sereno" mentre ti conficcava un coltello nel petto.

Il suo successo era basato sull’uso spregiudicato della comunicazione, sull’affabulazione come strumento di persuasione, sulla suggestione oratoria dell’’eloquenza, la manipolazione delle parole e dei significati, le interpretazioni settarie, la capacità unica di non concedere spazio all’interlocutore, di metterlo all’angolo con strategie mirate e farlo scomparire dalla scena. Non si era accontentato di sgambetti fatti sottobanco, c’erano stati anche quelli, certo, ma colpire al cuore sotto la luce dei riflettori, giustificando i suoi comportamenti con l’interesse dell’azienda, gli aveva sempre procurato un’ebrezza particolare. E anche se era tornato nell'ombra, non si era certo rassegnato a restarci.

Nel suo ufficio angusto, in fondo al corridoio,  aveva sentito il sapore amaro della sconfitta, trattenuto a stento la sua frustrazione, aveva morso il freno, scalpitato, cercato nuove possibilità per tornare alla ribalta. Senza arrendersi aveva calcolato le probabilità, analizzato le prospettive, considerato i rischi e aspettato il momento giusto.

 Che aveva colto al volo.

Due anni prima.

Un improvviso vuoto di potere nel consiglio di amministrazione.

Qualcuno si era dimesso.

Qualcun altro doveva subentrare.

Nessuno aveva pensato a lui, era fuori dai giochi, e invece, spiazzando tutti, si era fatto paladino di una crociata e aveva inciso sulla decisione finale.

A sorpresa era intervenuto a favore del candidato del momento, era suo rivale, qualunque candidato a quell’incarico lo sarebbe stato, ma il suo patrocinio, in quel particolare momento, aveva dissolto la nebulosa di sospetti intorno a lui, non tutti, ed era stato interpretato come un gesto a beneficio delle sorti aziendali.

Intanto gli era servito per uscire dall’ombra e tornare a far parlare di sé. Ora era l’ago della bilancia, il misero due per cento che poteva veicolare le decisioni aziendali o per dirla in maniera barbara quello che teneva per le palle il consiglio di amministrazione e il suo amministratore delegato.

I giochi di potere, si sa, sono sofisticati algoritmi incomprensibili ai comuni mortali. Per questo era rimasto inviso a chi aveva avuto modo di conoscerlo.

Certo, come in tutte le realtà aziendali, aveva la sua cordata, ma sarebbe bastata per scalare la vetta?

E poi era accaduto di nuovo.  Non era stato solo un altro errore di valutazione, una strategia inefficace. Questa volta il cinismo lo aveva spinto sino alle estreme conseguenze.  C’è sempre una nota di verità nei pretesti che utilizziamo per giustificare le nostre azioni. Ma tutti i dubbi, i distinguo, le obiezioni si possono chiarire con il confronto e diventare un contributo alla risoluzione delle questioni complesse. Non aveva cercato quella via. Il pretesto gli era servito per affondare la nave ed era stato talmente debole e inconsistente che era parso a tutti quel che era, un ricatto, una prova di forza e di astuzia per mettere al tappeto l'avversario e con lui tutta l'azienda..

La sua era stata un’uscita di scena sotto i riflettori, fatta in pompa magna, poi ci sarebbero stati i dibattiti televisivi e le interviste ai giornali a fare da cassa di risonanza. Aveva calcolato tutto. Ma la sua strategia non aveva funzionato e ora si assisteva al suo sterile arrampicarsi sugli specchi.

Sarebbe scivolato, sì questa volta sarebbe scivolato rovinosamente e sarebbe stato buttato fuori dall’azienda. Dalla “Sua” azienda che non gli era mai  appartenuta e che finalmente si sarebbe liberata di lui.

RR

 

 

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