La sfida

«È questo il mio problema» disse il Secco, «non riesco a superare l’orizzonte.»

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 28 novembre 2020
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. © immagine tratta dal web

Il Secco se ne stava seduto sul molo a guardare il mare. L’ultimo quarto di luna era troppo pallido per illuminare la notte, e le stelle, lontane anni luce, sembravano fori sul fondale nero del suo personale palcoscenico. Il braccio destro gli faceva male.

Se lo teneva stretto al busto, passandoci sopra come una carezza la mano sinistra, e scrutava l’oscurità in cerca della linea dell’orizzonte. Ma il buio chiudeva il confine e lo spingeva all’angolo.

Quante volte aveva desiderato andarsene?

Il Pustola lo aveva raggiunto e gli ballonzolava attorno emettendo vocalizzi senza senso. Poi si era fermato con le spalle rivolte al mare e lo sguardo alle case che dormivano, alle strade deserte e al bar sulla spiaggia ancora aperto.

«Stronzo» aveva urlato, «stronzi tutti». E aveva sferrato dei pugni nell’aria.

Poi si era seduto anche lui sul molo. Il Secco gli indicò la luce di una lampara che appariva e scompariva nella notte.

«Quella è la linea dell’orizzonte» disse.

Il Pustola guardò in quella direzione.

«Quando la luce scompare vuol dire che la barca si è mossa oltre quella linea, ma non si allontana mai più di tanto».

Il Pustola continuò con lo sguardo lungo a fissare il mare per qualche minuto. Poi guardò l’amico.

«Che ti prende» domandò, «dovresti essere contento».

Il Secco si guardò la mano destra, gli sembrava di averla tenuta su una brace..

«Ti fa male?» domandò il Pustola.

«Un po'» rispose il Secco.

«Il Sorcio e Quattrocchi hanno preso le birre e ci aspettano per festeggiare.»

«Non ho vinto.»

«Non hai perso.»

«Mi sono allenato ogni giorno per due anni…»

«Per questo non hai perso. La parità l’ha chiesta lui. Sapeva che continuando avresti vinto per resistenza.»

«Non ne sono così sicuro.»

«Io, il Sorcio e Quattrocchi vi abbiamo visto, lui era paonazzo e tu tranquillo, avresti vinto».

Il Pustola si alzò in piedi.

«Dai andiamo». E si avviò

Il Secco lo seguì. Camminarono lungo il molo un passo dietro l’altro, oltrepassarono il vecchio capanno.

«È questo il mio problema» disse il Secco, «non riesco a superare l’orizzonte.»

«Allora ti dico come la vedo io. Il Cobra non ce la faceva più ma tu non hai voluto umiliarlo. Da ora in poi quello stronzo ti porterà rispetto.»

«Non è così. Ho avuto paura di andare fino in fondo».

Continuarono a camminare nella luce sgranata di qualche raro lampione. Il Secco si voltò a cercare la lampara. Non la trovò.

Scesero un gradino e si trovarono sulla spiaggia, i piedi affondavano nella sabbia umida che si insinuava tra i calzini e le scarpe. La luce del bar, ora, sembrava più vivida. Riuscivano a scorgere il Sorcio e Quattrocchi in piedi davanti a un tavolo con le bottiglie di birra pronte per essere stappate. All’altro tavolo c’era il Cobra con i suoi amici.

«Mi hanno offerto un lavoro a Milano» disse il Secco.

Il Pustola sentì come un pugno sferrato nello stomaco. Deglutì, «Ma è una bellissima notizia» disse.

«Ancora non ho deciso».

Il Pustola si fermò con un piede sulla pedana del bar, agganciò il suo sguardo a quello dell’amico, si schiarì la gola, «Tutti noi vorremmo partire» disse, «andare via da questo posto invece di macinare giorni inutili. Io vorrei partire, il Sorcio e Quattrocchi vorrebbero partire e anche il Cobra vorrebbe partire. Pensi che essere il bullo del paese sia il massimo?», salì e raggiunse gli altri. Il Cobra si alzò dal suo tavolo e andò incontro al Secco che era rimasto a metà tra la sabbia e la pedana. Sorrideva. Gli porse la mano destra, quella che avevano utilizzato per la sfida a braccio di ferro. Il Secco gliela strinse.

Il braccio gli faceva male.

RR

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