Voglio fare un bel sogno

Avevo paura del buio, della notte senza luna, senza stelle, senza la luce di un lampione.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 21 novembre 2020
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. © immagine tratta dal web

«Svegliati Caterina, è tardi».

Mi giro dall’altra parte.

La voce di mia madre è solo un sogno che torna a trovarmi.

«Svegliati Caterina».

Socchiudo gli occhi, l’alba con la sua luce leggera inizia a scrollare un altro giorno, la stanza riaffiora dalla notte e il letto, l’armadio, il comò smettono di essere una supposizione, un ingombro da scansare al buio.

Ma è ancora presto, posso continuare a dormire.

La voce di mia madre resta come una musica di sottofondo registrata sulla memoria del mio hard disk.

La mattina avevo sempre sonno, la notte non riuscivo a dormire.

Resto sospesa in una terra di mezzo dove i sogni diventano consapevoli di esistere e si trasformano in pensieri che non posso afferrare, pensieri pronti a svanire al minimo respiro.

Per questo resto immobile.

«Svegliati Caterina, il latte è pronto»

Ora bevo solo caffè.

Stamattina ho un racconto da scrivere e pubblicare, ma resto immobile, agganciata al mio sogno o forse solo ai miei ricordi.

La mia passione di raccontare storie è nata quando ero bambina.

Io ero l’autrice, la protagonista, e anche la lettrice.

La notte non riuscivo a dormire.

«Adesso mandiamo via i brutti pensieri» diceva mia madre, e soffiava sulla mia testa.

«Hai visto? Sono andati via», spegneva la luce e chiudeva la porta della stanza.

Io restavo, d’inverno, prigioniera delle coperte. Il corpo immobile per non sostenere il peso di un movimento, la testa in viaggio.

D’estate erano le zanzare e il caldo a tenermi sveglia.

Il lenzuolo avvolto sin sopra la testa.

«Dorme poco, questa bambina».

Il corpo immobile, la testa in viaggio.

Avevo paura del buio, della notte senza luna, senza stelle, senza la luce di un lampione. Nel buio mi perdevo e non sapevo ritrovare la strada.

Chiudevo gli occhi e dicevo: «Voglio fare un bel sogno». E restavo ad aspettare che il bel sogno arrivasse. Ma non arrivava.

Mi sembrava, a volte, di scorgere in lontananza i personaggi che avrebbero popolato la mia notte, saltimbanchi, fate, folletti, bambini che come me volevano giocare. Ma la notte era abitata da strane figure, mostri, orchi, streghe e fantasmi, anche dalla mia compagna di banco. Lei era l’incubo peggiore.

Il buio, la notte senza luna, senza stelle, senza la luce di un lampione.

«Mamma, lascia una luce accesa».

«Non fare capricci adesso, su, dormi!»

E spegneva la luce.

Chiudevo gli occhi e dicevo: «Voglio fare un bel sogno» ma il sogno non arrivava.

Arrivava la pioggia che batteva sui vetri con le sue dita sottili come aghi, raffiche di vento facevano tremare le finestre e si insinuavano tra le imposte, entravano nella stanza e aspettavano che io mi muovessi per trovare uno spiraglio sotto le coperte e ghiacciarmi il corpo come mi ghiacciavano l’anima.

Ma io restavo immobile. E sveglia.

«Basta Caterina, ora scendi dal letto».

Una notte, non ricordo esattamente quale, non chiesi più di fare un bel sogno, ma iniziai a disegnarlo.

Si possono costruire i sogni?

Il luogo, interno o esterno, l’ora del giorno, il colore del cielo o dei muri della stanza; i personaggi, le principesse e i cavalieri, tutti i compagni di classe, tranne quella di banco, la maestra con il suo sorriso, gli attori dei film americani; l’avventura, dall’altra parte del mondo o nel cortile di casa.

Quella notte cominciai a dormire. «Svegliati Caterina». E a svegliarmi con un sorriso.

I sogni sono storie che mi sono raccontata per non avere paura.

Forse è quello che faccio ancora, non lo so.

Le storie sono sogni che racconto.

Allungo la mano sul comodino, guardo l’ora, il giorno ha iniziato a camminare.

Mi domando sempre dove voglia andare.

«Dai alzati Caterina» dico.

E vado a scrivere la mia storia.

RR

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