E ora?

«Parti!» La voce è stridula, lo sguardo immobile, la testa brucia, il cuore trema.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 17 ottobre 2020
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. © immagine tratta dal web

Sono in preda al panico, proprio oggi che dovrebbe essere il mio grande giorno.

Pensavo di aver raggiunto un equilibrio, di essermi lasciata alle spalle il passato con le sue gioie ma anche con le sue amarezze, le sconfitte, le aspettative deluse, i torti subiti. A questa età volevo resettarmi per vivere gli anni a venire nel modo migliore, anche con un po' di sano egoismo e perché no, con un pizzico di follia.

E invece i fantasmi del passato ricompaiono e riaprono antiche ferite, mi risucchiano come in una macchina del tempo e sono la ragazza che ero a vent’anni, quando credevo nell’amore per sempre e desideravo ardentemente realizzare la favola del principe azzurro.

Ma come ha potuto ripresentarsi dopo così tanto tempo! Dopo avermi lasciata a una settimana dalle nozze!

«Sei l’unica donna che desidero sposare, ma… mi dispiace Marta, con me saresti infelice». Le sue parole risuonano come una campana a morto. E ancora fanno male.

Giulio aveva trent’anni e da allora non l’ho più rivisto.

So che ha realizzato tutti i suoi sogni e che ha vissuto la vita che voleva.

Io invece sono stata segnata da quel suo rifiuto e non ho avuto più fiducia negli uomini. Ci ho messo una vita per dimenticarlo e proprio oggi, dopo così tanto tempo, la sua telefonata.

«Buon compleanno Marta». Sono nel pallone. Il cellulare mi è caduto di mano, non respiro, non penso, non riesco neanche a vedere e sbatto con il ginocchio contro il mobile all'ingresso. Apro la porta di casa, zoppico, devo fuggire, sì, devo fuggire. Zoppico.

Prendo fiato. Chiudo gli occhi e prendo fiato. Apro gli occhi.

C’è il fioraio con un grande mazzo di iris, ranuncoli, roselline, margherite. Mi sono sempre piaciuti questi fiori, sanno di primavera. Allungo la mano per prenderli. Oggi è il mio compleanno dopotutto.

«Mi dispiace non ho monete per la mancia» dico mentre da dietro i fiori spunta il viso di Giulio.

«Volevo dirti che ero dietro la porta, ma non mi hai dato il tempo».

Mi appoggio allo stipite, sono annichilita, il panico si trasforma in resa. Ci sono degli uomini che mantengono la loro bellezza nonostante il trascorrere del tempo. Il suo fisico è rimasto asciutto e non ha perso neanche un capello; sono di un grigio peltro, molte donne farebbero pazzie per tingerseli così. Lo tradiscono solo delle sottili rughe intorno agli occhi. Mi sorride ed è come se tutti questi anni non fossero passati e se sono passati, come sono passati, sono stati inutili, vuoti, privi di qualsiasi bellezza.

«Ti offro un caffè» dico.

Davanti a due tazze fumanti si racconta. Io l’ascolto e dimentico che a questa età ho bisogno di diverse ore davanti allo specchio per sembrare “naturalmente” radiosa e “naturalmente” giovane. Perché è questo che vogliamo noi sessantenni intelligenti. E per questo paghiamo costose sedute estetiche, piccoli ritocchi, dolorose punturine e creme di ultima generazione.

Per sembrare “naturalmente” naturali.

C’è anche che il suo sguardo indugia su di me come allora e io non sono mai riuscita a sfuggire al suo sguardo. Tante chiacchiere sulla maturità, sulla consapevolezza, sulla saggezza, vanno a farsi benedire, mi sento come una pentola in ebollizione e non sono neanche tanto lucida. Ma una domanda insidiosa viaggia di sinapsi in sinapsi, arriva alle labbra e, come una zitella petulante si lancia su di lui.

«Allora perché mi hai lasciata?»

Sembra smarrito, cerca le parole, le mani si arrovellano in un movimento centripeto, schiude la bocca come per pronunciare la prima sillaba di un lungo discorso, il mio cellulare squilla. È Stefania. Squilla. Devo rispondere.

«Sono sotto casa tua. Che fine hai fatto? Il parrucchiere non aspetta».

Avevo dimenticato il parrucchiere, «Dammi cinque minuti» dico.

«Proprio perché è il tuo compleanno» risponde e chiude la comunicazione.

Guardo Giulio «Mi dispiace sono in ritardo, mi ha fatto piacere rivederti».

Apro la porta di casa, gli stringo la mano e vado in camera a infilarmi una tuta e le Sneakers, prendo al volo la borsa e le chiavi di casa. Lui è ancora lì, sulla porta. Sorride.

«Hai dimenticato qualcosa?» domando e inizio a scendere le scale.

«Stavo cercando di rispondere a una tua domanda».

Mi blocco sul pianerottolo. Se non sbaglio mi hai mollato senza tante spiegazioni. Che pretendi? E invece riprendo a scendere le scale e dico:

«Lo so, mi dispiace, ma devo essere dal parrucchiere tra 5 minuti.»

«Va bene, allora ci vediamo domani o mi inviti stasera alla tua festa?».

Come ha saputo della festa? Abbozzo una smorfia frettolosa che nelle intenzioni vorrebbe essere un sorriso. Forse.

Ora siamo per strada, Stefania mi vede e preme isterica il clacson, Giulio aspetta una risposta. «Alle 9» dico.

«Alle 9» ripete e mi bacia appena sulle labbra. Stefania smette di suonare il clacson. La raggiungo.

«Va bene che volevi una vita spericolata» dice mentre chiudo lo sportello, «ma con uno così vuoi farti proprio male.»

«Parti!» La voce è stridula, lo sguardo immobile, la testa brucia, il cuore trema.

E ora?

RR



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