"Con le mani come se non ci fosse un domani!"

Willy, in quel momento usciva dal ristorante dove aveva finito di lavorare.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - domenica 13 settembre 2020
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. © immagine tratta dal web

Il branco si riuniva al calar della sera, sempre al solito posto, dopo una giornata trascorsa altrove.

Erano in quattro, a volte in cinque.

Se ne stavano a parlare di fiche, di notti balorde, di corse in moto ad alta velocità, di orge, di botte. Bevevano una birra, fumavano una sigaretta, ferivano il silenzio con le loro voci e aspettavano.

Seduto sulla panca, nello spogliatoio, dopo ore di allenamento, il campione si guardava le mani; gli facevano male, eppure continuavano a scattare in avanti come per sferrare ancora un altro pugno.

Il corpo scolpito, lucido di sudore era il quadro d’autore su cui aveva tatuato tutto ciò che era importante nella sua vita, la mappa del suo personale universo.

Con un asciugamano si tamponò la pelle, poi si sollevò e si osservò nello specchio regalandosi un sorriso arrogante.

Aprì la manopola della doccia. L’acqua era gelida.

«Cazzo!» imprecò e regolò la manopola su acqua calda.

La schiuma gli scorreva dalla testa sul collo, scendeva dal petto verso l’addome, dalle braccia verso le mani ancora serrate, scivolava dall'inguine verso le ginocchia, dai polpacci fino alle caviglie e ristagnava nel piatto doccia prima di perdersi nelle tubature. I muscoli, sotto il getto potente dell’acqua, guizzavano selvaggi. Chiuse gli occhi.

Rivide, come alla moviola, ogni singolo fotogramma dell’allenamento, spostando l’immagine avanti e indietro per analizzare l’anatomia di ogni suo colpo e la tecnica per renderlo più efficace. Esaminò anche i colpi ricevuti e memorizzò i movimenti migliori con cui li aveva schivati. Ogni volta alzava l’asticella del suo personale limite, della sua resistenza, della sua potenza. Per questo era il migliore.

Ora aspettava solo il prossimo incontro ufficiale. Sapeva già che avrebbe vinto. Vinceva sempre.

Uscì dalla doccia, prese il piccolo asciugamano che aveva lasciato sul lavandino e si sfregò la testa. Ancora si guardò nello specchio e con le mani si tirò indietro i capelli. Pensò al suo rivale. Alzò il medio della mano sinistra. «Ti farò a pezzi, stronzo!» disse e si avvolse l’asciugamano intorno ai fianchi.

Si massaggiò un olio sul corpo non per disinnescare, come un'arma, l'adrenalina che gli scorreva feroce nelle vene, nei muscoli, nei tendini e nelle ossa, ma per averne cura, come si fa con un cavalo di razza, e conservarla per quando, quella sera, avrebbe cercato la rissa. Senza regole, senza pietà. Come sempre.

Sulla mensola di vetro stese una sottile striscia di polvere bianca.

Si vestì lentamente. Sapeva che fuori suo fratello e i suoi amici lo aspettavano. "Andassero affanculo anche loro". Agganciò la pesante collana d’oro al collo, infilò gli anelli alle dita della mano sinistra e l’orologio d’oro al polso.

Chiuse il borsone. Era pronto. Risucchiò nelle narici tutta la coca e raggiunse gli altri, che, vacui di parole e di pensiero, stavano ancora lì, tra una bestemmia e un rutto, ad ascoltare una musica ad alto volume.

Appena lo videro gli andarono incontro.

«Dove andiamo?»

«Ho voglia di menare le mani».

Il branco esultò e si preparò alla caccia. I respiri si trasformarono in grugniti, in urla di guerra soffocate tra i denti, le mani cercarono frenetiche nelle tasche la polvere bianca, le pupille dilatate frugarono il buio, i corpi si lanciarono in avanti, Salirono sul SUV.

Il campione chiuse il borsone nel portabagagli poi si sedette al volante, infilò la chiave nel quadro, mise in moto, guardò gli altri e grido:

«Con le mani come se non ci fosse un domani!»

Willy in quel momento usciva dal ristorante dove aveva finito di lavorare.

Raffaella Ricci

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