Vento

È una sorta di infelicità sospesa come un ragno appeso al suo filo

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 29 agosto 2020
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. © immagine tratta dal web

Il rumore della campanella lacera il silenzio che aleggia nell'atrio della scuola. L’una meno cinque. Le porte delle classi si aprono e vengo investita da un concerto di voci che satura il vuoto e lo rende assordante. Sono l’unica ad andare controcorrente. I ragazzi di quinto escono dalle loro aule, ma restano in disparte e aspettano. Appiattita sul muro della segreteria li guardo.

Mi muovo invisibile tra gli ultimi ritardatari. Quelli di quinto sono sempre là. Hanno formato un piccolo gruppo chiuso come una sorta di accampamento attorno a uno di loro. Vento lo chiamano. È una specie di rivoluzionario che sembra voglia cambiare il mondo. Ma nessuno ci riesce veramente. Alla fine cambiano solo se stessi.

Entro in classe, metto i libri nello zaino smarrendo il tempo. A volte penso che ci sia qualcosa di sbagliato in me. È una sorta di infelicità sospesa come un ragno appeso al suo filo, pronto a risalire verso la ragnatela all'angolo tra due muri, verso la mosca restata impigliata nelle sue maglie appiccicose. E io sono la mosca.

Vivo il mio tempo alla giornata. Studio, accendo il computer e conosco il mondo tramite uno schermo. Mi piacciono le serie TV giapponesi, ma neanche più di tanto. Assisto ai litigi dei miei genitori che credo siano sul punto di separarsi e presi come sono da loro stessi non si accorgono che esisto.

La mia compagna di banco è diversa da me.Esce la sera e forse anch'io potrei, ma non mi va di stare in giro la notte ferma in una piazza a morire di freddo per socializzare, bermi una birra e fumare. Mi sembra tutto così inutile.

Ormai nell'atrio sono rimasti solo loro. Quelli di quinto. I bidelli stanno svuotando i cestini dalle carte e da altre schifezze. Una volta ci hanno trovato anche un preservativo e una siringa.

Esco dall'aula. L’atrio mi sembra un mare che non riuscirò mai ad attraversare. Passo davanti al gruppo di Vento. Il suo nome è Marco, mi piacerebbe scoprire perché tutti lo chiamano Vento. Sta parlando delle foreste che bruciano in Amazzonia, dei ghiacciai che si sciolgono ai poli, dell’aria irrespirabile di Pechino, dei cicloni che ormai si abbattono anche sul Mediterraneo e di nuovi virus. Alzo appena lo sguardo, Vento con la mano tira dietro l’orecchio una ciocca di capelli, mi vede e mi lancia un sorriso che cade sul pavimento di seminato grigio. Accelero il passo.

Raggiungo il cancello e mi dirigo verso casa.

Penso a Vento, alla sua passione. Non so come altro chiamarla questa cosa che gli illumina gli occhi, gli colora le guance e dà alla sua voce nuovi toni, nuove sfumature, ritmi sconosciuti su cui le parole danzano e i sogni appaiono possibili.

Cammino, un passo dietro l’altro come stanco. Vedo due ragazzi che nascosti dietro un cespuglio si accendono uno spinello, altri due più avanti ridono sguaiati. Attraverso per evitarli.

Vengo avvolta dal silenzio, le voci si affievoliscono e si perdono, come il rumore dei motori o il suono dei clacson. Man mano avanzo verso la periferia. I soldi per il tram ce li ho, ma preferisco così, arrivare a casa il più tardi possibile.Lui non torna per pranzo e lei avrà già finito di mangiare. Troverò il mio piatto coperto sulla tavola, con un bigliettino di istruzioni che finisce sempre con “Ciao tesoro”.

A volte preferirei che fosse già tutto compiuto piuttosto che vivere in questa incertezza di cosa mi accadrà dopo, quando loro alla fine decideranno, in questa paura di perderli e di perdermi.

Ho ancora bisogno di loro.

Non avrò mai figli, questo è certo.

Sarà un atto d’amore

Scendo dal marciapiede. Sento lo stridio di freni sull’asfalto e un clacson inferocito. Una scarica elettrica mi attraversa il corpo, Il cuore con uno sobbalzo mi tappa la gola e mi impedisce di respirare, apro la bocca per prendere aria e spalanco gli occhi, ma questo non servirà a evitare l’impatto. Un braccio mi avvolge la vita e mi tira via

. «Guarda dove cammini, scema!» urla qualcuno dall’auto.

«Come stai?» mi chiede Vento mentre io sono accucciata tra le sue braccia e tremo. Mi scosto da lui e mi appoggio al palo del semaforo, «Bene» rispondo. «Non mi pare» dice, «se vuoi ti accompagno» «No, no grazie, sto bene» ma resto ferma e anche lui. «Dammi lo zaino» dice e si avvia. Lo seguo.

«Sbaglio o tu sei della terza A.»

«Sì.»

«Ma sei ripetente?»

«N.o»

«Sembri più grande.»

«Me lo dicono tutti.»

«E come ti chiami?»

«Martina.»

«Io sono Marco ma tutti mi chiamano Vento».

Ho ripreso a respirare. Il cuore si è acquietato. Ora sarebbe il momento giusto per domandargli perché Vento. Lui sembra leggermi nel pensiero.

«Mi chiamano Vento perché soffio sui pensieri lasciati ad appassire, sui fogli sparsi dimenticati su una scrivania, sulle emozioni sopite, sui desideri che ci hanno sfilato uno ad uno, sul fuoco che cercano di spegnere in noi. Mi chiamano Vento perché voglio spazzare via la paura, l’indifferenza, l’odio».

Sorrido «Mi piacerebbe essere come te» dico «Con tutto questo entusiasmo».

«E cosa te lo impedisce?».

Non ho il coraggio di rispondere. «Sono arrivata» dico, e mi riprendo il mio zaino.

«Ce l’hai un cellulare?»

«Sì.»

«Segnati il mio numero. Oggi pomeriggio abbiamo una riunione. Alle cinque. Se ti interessa chiamami.»

«Ciao» gli dico e vado via, mi volto, lui è ancora lì a guardarmi. Mi saluta con la mano. «Chiamami» ripete.

E io non lo so. La mia anima zampilla come una piccola sorgente nel corso di un grande fiume. E penso che vorrei entrare nella corrente e scorrere libera.

Alle cinque.

Potrei.

Raffaella Ricci

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I commenti degli utenti
  • Riccardo Cecotti ha scritto il 29 agosto 2020 alle 09:09 :

    Hai rivisitato antiche emozioni in chiave moderna. I pensieri erano quelli, semplici e senza fronzoli. Un'operazione non facile. Rispondi a Riccardo Cecotti

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