Dall'altra parte

Erano le cose che amava di più a scomparire

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 15 agosto 2020
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. © immagine tratta dal web

A Isa era già capitato.

Di non trovare le cose.

«Sei distratta» le diceva Paolo e la guardava allo stesso modo in cui guardava tutti quelli che lo infastidivano. Ma per quanto facesse attenzione le cose si perdevano, scomparivano, si volatilizzavano.

Cercava di non pensarci troppo, se lo avesse fatto sarebbe impazzita, perché lei non perdeva le cose come capitava a tutti gli altri che magari dimenticavano le chiavi sul bancone del bar, si toglievano l’orologio quando andavano a pranzare al ristorante e lo lasciavano sul tavolo, scordavano gli occhiali in ufficio o da qualche altra parte e il portamonete nel negozio di abbigliamento.

Lei perdeva le cose che stavano in casa. Come i bicchieri del servizio di cristallo da dodici, due alla volta, finché non erano spariti tutti. Paolo pensava che si fosse inventata quella storia per non ammettere di averli rotti. E allora la tovaglia di organza che le aveva regalato sua madre? Gli orecchini di perle? E le creme per il viso che aveva appena comprato ed era più che sicura di aver lasciato nel mobile del bagno? – E dove se no? – Per non parlare del bonsai di acero rosso giapponese e dei suoi libri che erano scomparsi uno alla volta dalla libreria, come se si fossero stancati di vivere in quella casa.

Erano proprio le cose che amava di più a scomparire.

«Forse i libri li hai prestati e neanche ti ricordi» le aveva detto Paolo, «La casa non ruba. Nasconde». Allora Isa aveva perlustrato ogni angolo, cercato in ogni mobile, in ogni cassetto, nel ripostiglio, perfino in garage, anche se è assurdo lasciare un bonsai in garage -ormai non era più sicura di niente-, ma non aveva mai ritrovato nulla.

Cominciò a pensare a varie possibilità: avere una qualche malattia sconosciuta, ad esempio. Una di quelle malattie che ti fanno perdere la cognizione delle cose. E se invece si fosse trattato di un senso in più, oltre la vista, l’udito, il tatto. No, non poteva essere, a cosa sarebbe servito vedere delle cose che a un certo punto sparivano? Pensò anche al Multiverso, dimensioni parallele e nascoste dell’Universo che lei, per chissà quale ragione, stava intercettando.

Un giorno si guardò allo specchio, era arrabbiata. Con Paolo, che la trascurava e da un po' di tempo la osservava con quegli occhi stretti e cattivi da felino, e la giudicava. Lacrime grosse come brillanti da tre carati e con la stessa luce le scorrevano veloci sulle guance, anche loro in cerca di una via di fuga.

Eppure nello specchio si vide sorridente, truccata, gli occhi luminosi, le gote rosa e i capelli cortissimi alla garçonne. Li aveva sempre desiderati così corti, ma a Paolo piacevano lunghi sulle spalle e Isa non li aveva mai tagliati. Si toccò i capelli, ma la sua immagine riflessa nello specchio non fece altrettanto.

«Cosa mi sta succedendo?» si domandò.

La Isa con i capelli alla garçonne le indicò una serie di oggetti dentro lo specchio: i bicchieri di cristallo, la tovaglia di organza, gli orecchini di perle, le creme per il viso, il bonsai di acero rosso giapponese, tutti i libri che erano fuggiti e anche altre cose di cui ancora non si era accorta: tutto il suo guardaroba estivo, i sandali rossi, il braccialetto di giada e i suoi diari.

Non riusciva a pensare.

Dall'altra parte dello specchio c’era un sole luminoso solo come può essere un sole d’estate, un cielo terso solo come può essere un cielo d’estate e un profumo di mare.Ora sentiva anche il profumo! Tutto quello che c’era dall'altra parte si stava materializzando. Un vento caldo le accarezzò la pelle.

Si asciugò le lacrime e sorrise. La Isa con i capelli alla garçonne allungò la mano e lei la strinse. Sentì di aver ritrovato qualcosa di sé che aveva perso. Non ci pensò due volte, mise i piedi sul lavandino e saltò dall'altra parte.

Raffaella Ricci

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