Le pietre sull'acqua

In bilico tra la terra e l'acqua, camminavamo in silenzio sull'argine, tra i sassi.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - domenica 26 luglio 2020
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. © immagine tratta dal web

Ce ne stavamo lì, vicino al fiume a guardare l’acqua scorrere in una giornata di sole. A quell’ora saremmo dovuti essere in classe ad ascoltare la lezione di geografia. Eravamo arrivati alla Toscana e la geografia ci piaceva. Ma quella mattina, dopo tante mattine grigie, c’era il sole ed entrambi avevamo voglia di avventura.

Avevamo camminato per strade secondarie per non farci scoprire, e avevamo seguito il corso del fiume, da un lato e dall’altro della riva, attraversando ponti dai quali ci eravamo affacciati per guardare piccole barche che scivolavano sull’acqua e i pescatori seduti sulle sponde, con le loro canne in attesa.

C’eravamo fermati in un punto in cui una serie di massi levigati dalla corrente, disposti in fila indiana da una mano invisibile, creavano un’ansa tranquilla come uno stagno. Un albero affondava parte delle sue radici nell'acqua. Sterpi e rami spezzati formavano pozze trasparenti e inerti, appena percorse da un impercettibile fremito. Piccoli pesci nuotavano al sicuro. Ci tenevamo in equilibrio sui sassi per poterli vedere, mentre al centro del fiume, un vecchio tronco si faceva portare via dalla corrente.

Lui si era tolto il grembiule e lo aveva appeso a un ramo, io invece lo avevo piegato e infilato nella cartella.

In bilico tra la terra e l’acqua, camminavamo in silenzio sull’argine, tra i sassi.

Cominciò a riempirsi le tasche di ciottoli piatti e levigati, poi si tolse le scarpe e le calze, si arrotolò i pantaloni, infilò i piedi nell’acqua, estrasse la prima pietra dalla tasca, la rigirò tra le mani, si piegò sulle ginocchia e, con una rotazione del busto, la lanciò facendola rimbalzare più volte sulla superficie del fiume, prima di affondare.

Raccolsi le pietre anch’io e cominciai a lanciarle cercando ogni volta di migliorare il tiro. Lui mi spiegava come fare. Ci fermammo solo quando schegge di sole, già alto, ci ferirono gli occhi facendoli lacrimare.

Stavo ancora stropicciandoli con il dorso della mano che lui era già a caccia di rane.

Mi sedetti all’ombra di un salice dove avevamo lasciato le cartelle. Avevo fame. Se fossimo stati a scuola sarebbe suonata la campanella della ricreazione. Misi il pollice e l’indice tra le labbra e fischiai per chiamarlo. Si voltò, lasciò andare le rane e mi raggiunse. Prendemmo dalle cartelle i nostri panini.

Io avevo quello con il prosciutto, lui quello col pomodoro. Ce li scambiammo.

Tra un morso e l’altro ci facemmo la domanda su cosa volevamo diventare da grandi. Nel ventaglio delle infinite possibilità, scegliemmo le più straordinarie. Più che progetti, i nostri erano sogni. Avevamo fretta di vedere che uomini saremmo diventati. Il tempo ci ascoltava, immobile come quella mattina che non sembrava dover finire mai.

E invece sentimmo, in lontananza, il tocco della mezza. Dovevamo rientrare.

Lui recuperò il suo grembiule dal ramo, io presi il mio dalla cartella e lo indossai. Facemmo di corsa il sentiero attraverso i boschi, prendemmo una scorciatoia e, arrivati al cancello della scuola, ci confondemmo con gli altri ragazzini che tornavano a casa.

Non eravamo amici, io ero seduto al secondo banco e lui all’ultimo. Eravamo solo compagni di classe, di quelli che rivedi sulle foto dopo tanti anni e non ricordi neanche il nome. Ma quella mattina c'era il sole, eravamo andati al fiume. e lui, Sergio, mi aveva insegnato a lanciare le pietre sull’acqua.

Raffaella Ricci

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