L'avevo presa al volo

«Se mi salvo giuro che non lo faccio più».

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 18 luglio 2020
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. © immagine tratta dal web

L'avevo presa al volo.

La ragazza alla fine si era lanciata.

A volte lo fanno.

In fondo è difficile capire cosa gli passa per la testa in quei momenti.

Guardava la strada con un misto di desiderio e di sgomento e rispondeva alle mie domande senza distogliere lo sguardo dai suoi piedi protesi nel vuoto. Dall’iniziale «Va’ via» eravamo passati a «Quanti metri è alto questo palazzo?»

«Troppi» avevo risposto, con la voce roca e la mano tesa verso di lei. «Perché non vieni dentro e ne parliamo?».

Aveva voltato la testa lentamente, tenendosi incollata al muro, uno scricciolo di non più di 45 chili che un soffio di vento avrebbe portato via come una piuma. I suoi occhi sembravano annegare in una palude. Ma dal fondo delle iridi, un riverbero, come di uno specchietto contro il sole, chiedeva: «Salvami».

Ne ero certo.

Beh! Quasi.

L’avevo presa al volo.

Perché se c’è una cosa di cui sono certo e che devo essere sempre pronto ad afferrarle.

E io l’avevo fatto.

Continuavo a tenere il mio sguardo dentro al suo, più del corpo dovevo reggerle l’anima, farla restare a parlare con me, perché quando qualcuno tiene la tua vita appesa a un filo, anche se un attimo prima hai desiderato disfartene, sei invaso dal terrore di perderla. Ed era questo che vedevo nei suoi occhi: flash di luci psichedeliche, luci barbare e selvagge, luci taglienti che si aggrappavano ferocemente alla vita.

«Tienimi…tienimi» riusciva a pronunciare tra un respiro tranciato e un altro.

E io la tenevo anche se non sapevo per quanto. La ragazza si agitava, rendendo tutto più difficile.

«Come ti chiami?» le avevo domandato.

«Gioia». Ironia della sorte.

«Gioia, se hai voglia di vivere, devi fare esattamente quello che ti dico».

Aveva fatto di sì con la testa, mentre una scarpa, una ballerina di pelle rossa, le si era sfilata e aveva iniziato la sua discesa all’inferno.

«Sul muro, all’altezza dei tuoi piedi, c’è il davanzale di una finestra, prova ad appoggiarti».

Ma lo sfiorava appena.

Il braccio cominciavo a non sentirlo più.

Il telone di salvataggio non era ancora pronto.

Il suo polso stava scivolando.

«Non lasciarmi…»

«Non ti lascio.»

Aveva guardato la strada.

«Se mi salvo giuro che non lo faccio più».

Un capannello di persone stava col naso all’insù puntando a favore o contro, come in una corsa di cavalli.

L’avevo presa al volo e, anche se era uno scricciolo, sentivo l’omero staccarsi dalla scapola.

I pompieri erano quasi pronti.

Dovevo solo resistere. Un altro po'.

La mano si è aperta da sola e ho visto Gioia precipitare. Come al rallentatore.

Certe esperienze hanno la forza di manipolare il tempo.

L’urlo, invece, è stato come una scheggia conficcata nel petto.

Ho sceso le scale in silenzio, scale anonime di un palazzo anonimo come tutto questo quartiere ai margini. Mi domando perché ultimamente tante ragazzine lo scelgano per lanciarsi di sotto. È un po' come la moda dei lucchetti sui ponti, quando ne hai messo uno, gli altri lo seguono, senza una ragione.

Sono uscito dal portone, ed è stato come essere precipitato anch’io. Ogni volta una parte di me si schianta sull’asfalto e ho bisogno di tempo per riprendermi. Il mio capo si è avvicinato e mi ha dato una pacca sulla spalla. Mi sono morso il labbro e ho trattenuto un gemito.

Poi l’ho cercata.

Gioia era avvolta in una coperta.

Tremava.

Tremano anche quando ci sono quaranta gradi.

Mi sono allontanato. E con il braccio che mi faceva male sono tornato a casa.

L’avevo presa al volo.

E questo mi bastava.


Raffaella Ricci

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