Cartoline da Borgorosso

«Bisogna vederlo questo tramonto, almeno una volta prima di morire».

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 27 giugno 2020
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. © immagine tratta dal web

L’aveva trovata nella cassetta della posta.

Una cartolina.

L’aveva rigirata tra le mani, sorpreso.

C’era un tramonto incredibile, tutto il cielo era colorato di un rosso intenso, sembrava un cielo alieno su un pugno di case in pietra arroccate su una montagna circondata da abeti secolari che sembravano sfiorare il cielo. Alle finestre di ogni casa gerani rossi e anche il torrente, che correva verso valle, pareva di quello stesso colore. Fantastico, surreale. Non aveva mai visto un paesaggio simile.

“Chi è che manda una cartolina?” si era domandato. Le stampano ancora?

E come se il mittente avesse pensato la stessa cosa prima di inviarla, aveva trovato sul retro questo messaggio.

“Le cartoline le stampano ancora. Lo sapevi?

Qui le offrono gratis.

Vieni a vedere il tramonto. È incredibile!

Brizio.

Da quanto tempo non lo sentiva. Ricordava i loro viaggi in moto. Brizio era stato sempre molto avventuroso e spericolato, sempre alla ricerca di emozioni forti.Temerario. E contagioso come adesso.

Pensò che gli sarebbe piaciuto salire sulla sua Ducati e andare a vedere quel paesaggio.

Ma dov’era?

Brizio non lo aveva scritto.

Analizzò il timbro postale,

Borgorosso gli sembrò di leggere e lo cercò su internet.

Il giorno dopo nella cassetta, trovò un’altra cartolina con le indicazioni su come arrivare.

Non l’aveva spedita Brizio, ma la pro-loco di Borgorosso.

E c’era sempre quel tramonto incredibile.

“Ok, cinque ore di viaggio. Se parto domani pomeriggio presto, faccio in tempo a non perdermi il tramonto”.

Partì subito dopo pranzo, con un bagaglio leggero. Avrebbe trascorso solo una notte e la domenica sarebbe stato già di ritorno.

Loira, la sua ragazza, sarebbe tornata solo lunedì da Milano e lo avrebbe trovato ad aspettarla a braccia aperte.

Percorse i primi duecento chilometri in autostrada, poi uscì al casello che gli era stato indicato e si inerpicò per strade di montagna. Tornanti a destra si addentravano sempre più nel bosco fitto e ombroso. E tornanti a sinistra si affacciavano sulla valle.

Arrivò poco prima del tramonto. Fece un giro per il paese. Non c’era nessuno per strada. Più che Borgorosso, gli sembrò un borgo fantasma. Cerco lo scorcio della fotografia, seguì il cartello belvedere e lo trovò.

Rimase attonito davanti a tanta bellezza e a tutte quelle sfumature vermiglie.

«Bisogna vederlo questo tramonto, almeno una volta prima di morire».

A parlare era stata una donna. Si voltò: bionda con un fisico mozzafiato e dei grandi occhiali scuri.

«Ha ragione, è bellissimo» sospirò «perché gli occhiali da sole?»

«Mi fanno tutti la stessa domanda.»

«E immagino che lei avrà per tutti la stessa risposta.»

«Mi dà fastidio il sole. È la prima volta che viene qui?»

«Sì e lei?»

«Io tutte le sere.»

«È del posto quindi». La ragazza annuì

«Mi indicherebbe un albergo?»

«Non può sbagliare, è la casa rossa sulla piazza. Abbiamo solo quello».

Risalì in moto, i lampioni si erano accesi sull’unica via che attraversava il borgo. Gli abitanti di Borgorosso erano finalmente usciti per strada e si erano radunati sulla piazza.

Al suo passaggio tutti si voltarono e per un attimo ebbe la sensazione che si muovessero in blocco verso di lui, come una calamita attratta dal ferro. Ma così come si erano spostati, così sembrarono tornare indietro, al punto di partenza, come trattenuti da qualcosa che però non riusciva ad impedirgli di agitarsi sul posto.

Pensò a un qualche strano effetto ottico, forse la stanchezza per le cinque ore ininterrotte di guida, forse la fame.

Parcheggiò la moto e, come se qualcuno gli alitasse sul collo, si voltò. Erano sempre lì, sulla piazza, un gruppo compatto puntato nella sua direzione. Ormai era buio e non riuscì a vederli distintamente, ma sembravano un po’ su di giri, come pervasi da una sottile inquietudine, incuriositi, forse, dal suo arrivo. Certo non dovevano avere molte opportunità di svago. Nient’altro, a parte il tramonto.

Alla reception la stessa donna che aveva incontrato sul belvedere. Portava ancora gli occhiali scuri.

«Questa è la chiave della sua stanza e queste sono le nostre cartoline omaggio. Se le è piaciuto il tramonto le invii a qualche amico, basta che lei scriva i saluti e l’indirizzo, a spedirle ci pensiamo noi. Può lasciarle alla reception prima di cena».

Andò in camera. Notò che non c’era il telefono e neanche la televisione. Prese il cellulare dal giubbotto, non c’era campo. L’unica cosa che poteva fare era scrivere quelle cartoline. Pensò a Brizio, una volta tornato lo avrebbe chiamato e sarebbero andati a bersi una birra.

Si fece una doccia e scese per cena, le cartoline le posò sul banco della reception come gli aveva detto la ragazza. La porta della sala ristorante era socchiusa, flebili luci di candela la rischiaravano appena. Spinse la porta ed entrò. I tavoli erano tutti occupati. Scorse negli occhi di quegli sconosciuti degli strani luccichii rossi, come l’effetto di certe foto scattate al buio. Non ebbe il tempo di domandarsi il perché. Dal fondo della sala arrivò sempre la solita ragazza con gli occhiali scuri. «Cosa avete per cena?» domandò, «Ho una gran fame». Sorrise.

Anche la ragazza sorrise. Aveva dei canini che fuoriuscivano dalla linea orizzontale della dentatura. Gli era capitato altre volte di notare in alcune persone questa caratteristica“vampiresca” per così dire.

«Allora, cosa mi propone per cena» ripeté e fu in quel momento che la ragazza si tolse gli occhiali. Sul viso pallido, spiccavano due occhi dalle inquietanti iridi rosse. Si voltò, tutti gli avventori si erano alzati dai loro tavoli e gli si stavano facendo intorno.

«Come le avevo detto, bisogna vederlo il nostro tramonto, almeno una volta prima di morire.» disse la ragazza s si chinò su di lui, come per baciarlo.

Sul collo.

Raffaella Ricci

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