Sofia è una bambina felice

Quando è successo sono stata più veloce del Fato che ha trasformato questo piccolo borgo in un paese fantasma.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 16 maggio 2020
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. © immagine tratta dal web

Sofia ha le mani e la faccia sporche di farina. Ride e rido anch’io. Quand’è l’ultima volta che l’ho vista così allegra?

Sofia è una bambina felice.

È felice quando sta con i nonni, con le compagne di scuola materna, con le cuginette. Sono io che non la vedo quasi mai, chiusa nei venti metri quadri della mia bottega.

Un maleficio ha colpito il paese e tutti gli abitanti si sono trasformati, come in certe favole, in statue, di cera, di sale, di ghiaccio; tutto si è fermato colto nell’atto del movimento, del passo che sale sul gradino, della mano che sceglie le mele da una bancarella, di due comari che spettegolano.

Quando è successo io avevo già spento le luci nel mio negozio, avevo abbassato la serranda ed ero salita in macchina, avevo messo in moto ed ero partita. Quando è successo sono stata più veloce del Fato che ha trasformato questo piccolo borgo in un paese fantasma. Io ero già a casa con Sofia che ogni volta che la guardo, quando torno la sera, ho la sensazione di essermi persa qualcosa di prezioso.

Dov’è la mia principessa?»esclamo e lei mi corre incontro.

Le ho raccontato infinite volte la storia di Sofia, la bellissima principessa russa che avvolta nel suo mantello bianco, con in testa il colbacco e i pattini ai piedi danza sul ghiaccio.Ma vuole che gliela ripeta ogni volta.

L’abbraccio come a riappropriarmi di un significato e liberarmi di un’ombra posata sul cuore che ancora oscilla, come un pendolo, tra la bottega e la casa, tra insieme a lei e senza di lei.

Questo tempo di cui non sono pienamente consapevole,questo tempo che non comprendo e ci costringe a restare immobili è l’ alibi che mi consente di stare con Sofia. Sono i primi giorni di una quarantena che ancora non so il male che porterà, ma a lei, alla mia piccola principessa, voglio che restino solo i momenti lievi che saremo capaci d’inventare.

Siamo rinchiuse nella torre del castello, non abbiamo niente da fare, e ce ne stiamo un po’ annoiate sul divano, in cerca di un’idea.

Il drago con la sua bocca d fuoco è fuori da queste mura, siamo al sicuro nella torre e non aspettiamo il principe azzurro che venga a salvarci. Stiamo bene io e lei insieme.

Con uno scatto mi metto in piedi e la fisso con gli occhi che brillano come lucciole fuori stagione.

«Che dici mettiamo le mani in pasta?».

E andiamo in cucina, prendiamo il tavoliere, la farina, l’acqua tiepida e il sale e cominciamo.

«Lingua di serpente, ali di pipistrello, coda di topo, occhio di gufo…». La guardo, «Io sono la strega Amalia e tu Maga Magò» dico.

« No, no, sono io Amalia. Tu sei più Maga Magò di me».

Con la mano sporca di farina le do un buffetto sulla guancia, «Cosa vorresti dire?». Lei ride ancora come una bimba piccola con quei gridolini sottili e il fiato trattenuto.

L’impasto è pronto, lo copriamo con un canovaccio per mantenerlo elastico, stacchiamo due pezzi di pasta, uno per lei e uno per me.

«Lavora la pasta e fanne un filoncino sottile. Con il coltello tagliane un tocchetto, tira il coltello tenendo la pasta ferma da un lato, poi rigira l’orecchietta con il pollice. Perfetto».

Io ne faccio una grandissima.

«Se la trovi nel piatto, le fate proteggeranno i tuoi sogni».

Me lo diceva sempre mia madre quand’ero piccola. Me lo ricordo ancora, se lo ricorderà anche lei.

Raffaella Ricci


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