Stiamo tutti a casa - il racconto di Mina Mandese

Le grandi trasformazioni epocali sono sempre precedute da sconvolgimenti e grandi paure ma…la terra ancora vive.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - venerdì 15 maggio 2020
C'è un bel sole. Usciamo.
C'è un bel sole. Usciamo. © Immagine tratta dal web

Con "Uno sguardo nel futuro" si chiude la serie di racconti , scritti dai lettori, indissolubilmente legati all'esperienza traumatica e dolorosa del coronavirus. Paura, sconforto, riflessioni, ma anche speranza e voglia di ricominciare a vivere la nostra vita. A piccoli passi e con cautela. Certo. Ma ricominciamo, finalmente. RR


Uno sguardo nel futuro

Quando Bobo nacque era un bambino bello come lo sono tutti i bambini agli occhi dei genitori. Certamente sarebbe diventato bello, forse, ma, per la verità, al momento della nascita Bobo non sfuggiva al destino di tutti i neonati: agli occhi degli estranei era tutto rugoso e congestionato in volto per lo sforzo di essere venuto al mondo. Insomma non era “ancora” bello ma aveva una particolarità: di tanto in tanto spalancava gli occhi, di un celeste pallido, e scrutava tutto e tutti con uno sguardo che pareva consapevole.

I suoi genitori, nel tempo, si abituarono a quello sguardo che ogni tanto compariva negli occhi del loro Bobo. D’altro canto, le varie visite mediche a cui era stato sottoposto, avevano decretato una assoluta normalità.

In effetti il bimbo era del tutto normale per ciò che ognuno si aspetta da un bambino. Era allegro, affettuoso, studiava, aveva degli amici e cresceva in salute.

A proposito! era anche diventato bello, ma Bobo intuiva, anzi, era quasi certo che il suo cervello non funzionava come quello di tutti gli altri; a volte sfuggiva al suo controllo, come anche quel famoso sguardo acuto e consapevole che lo aveva caratterizzato dalla nascita. Non solo, ma anche i suoi pensieri e ciò che vedeva, come in trance, non erano cose che gli appartenevano. Non sapeva dire quanto tempo duravano quelle “assenze” dalla realtà, forse solo qualche minuto o addirittura qualche secondo, perché chi gli stava vicino raramente si accorgeva della stranezza del suo sguardo.

Non si preoccupava Bobo perché i suoi genitori lo avevano convinto, così come lo erano anche loro, di essere dotato di una fantasia eccesiva; anzi gli avevano assicurato che con quella dote in più sarebbe certamente diventato uno scienziato o un inventore o uno scrittore.

Intanto, cresceva e andava avanti negli studi senza sforzo eccessivo; già da un bel pezzo non raccontava più neanche ai suoi genitori ciò che loro chiamavano le sue “fantasie”. Non era più certo che le sue fossero “fantasie” e non poteva rischiare che qualcuno, con molta leggerezza, lo considerasse strano e visionario.

Aveva cominciato a considerare seriamente ciò che accadeva al suo cervello quando cadeva in quella specie di trance. Quelle che anche lui aveva considerato “fantasie” fino a un certa età, ora da adulto assumevano una importanza inquietante e misteriosa.

Sempre più spesso, veniva proiettato in un mondo futuro, anche di centinaia d’anni, nel quale riusciva, con molta naturalezza, a interagire come se fosse il suo mondo. Il ritorno alla realtà, però, era sempre molto traumatico.

Andava convincendosi sempre di più che la chimica del suo cervello, per qualche misterioso errore della genetica, lo avesse già programmato per vivere nel futuro.

In quei momenti di “assenza” il suo cervello pareva che fosse un’avveniristica macchina acceleratrice del tempo.

Studiava il povero Bobo, studiava tutto ciò che il mondo scientifico e affini potevano offrirgli in fatto di conoscenza perché sentiva, con tutti i suoi sensi, che ciò che gli accadeva in quelle che poteva anche chiamare “visioni” appartenevano a una realtà a venire. Seguiva appassionatamente e con apprensione i cambiamenti del nostro pianeta che tanto inquietavano gli scienziati sul suo futuro. Parlavano di scioglimento dei ghiacciai in conseguenza del riscaldamento climatico; perdite di coste limitrofe al mare; siccità e desertificazione; scarsità di cibo e decimazione naturale di uomini e bestie. A tutto questo Bobo aggiungeva l’ansia che gli procurava l’ottusità degli uomini, sordi agli inviti degli scienziati, a intervenire in tempo su ciò che si poteva ancora rimediare, affinché questa nostra “pallozza”, chiamata terra, vagante nell’universo, non si spegnesse del tutto.

Bobo era disperato per non poter confidare a nessuno il suo grande segreto. Egli sapeva che la terra aveva un futuro e non solo nell’immediato; le cosiddette sue “fantasie” glielo mostravano sempre con più frequenza e precisione, ma Bobo sapeva anche che, se le avesse confidate a qualcuno lo avrebbero certamente considerato un profeta da strapazzo e un visionario.

Tutto questo travaglio interiore, intanto, lo spingeva sempre più nello studio e nell’approfondimento di tutto ciò che la scienza aveva fino ad allora scoperto e sperimentato, fino a che un giorno venne folgorato e affascinato dalla teoria dell’evoluzionismo darviniano. DARWIN divenne il suo faro!

Questo grande scienziato, anche se qualcuno ancora oggi confuta le sue teorie, aveva ampiamente dimostrato come ogni cosa vivente sulla terra continuamente si evolve e si modifica adattandosi alle condizioni circostanti.

Era questa la risposta che Bobo cercava per avvalorare le sue speranze e dare un senso alle sue “fughe nel futuro” come, da un po’ di tempo, aveva cominciato a considerarle. Secondo la teoria darwiniana, che tanto sollievo e conforto gli aveva dato, l’uomo non aveva ancora raggiunta una sua evoluzione definitiva, ammesso che l’avrebbe mai avuta. Avrebbe ancora continuato a modificare il suo corpo, il suo cervello, il modo di percepire il divenire della natura e di se stesso. La sua capacità di adattamento non sarebbe mai venuta meno.

Le grandi trasformazioni epocali sono sempre precedute da sconvolgimenti e grandi paure ma…la terra ancora vive.

Questo é il tempo dei grandi sconvolgimenti, pensava Bobo, è il momento in cui tutto ciò che vive sulla terra: uomini , bestie, piante, pian piano seguirà il suo corso evoluzionistico per adattarsi alle nuove realtà che gli scienziati vanno predicendo con molta prudenza per non creare allarmismo.

La tecnologia sarebbe diventata potente e onnipresente. Avrebbe fornito a milioni di uomini acqua potabile, cibo nutriente, energia pulita, medicina genomica che avrebbe sconfitto molte malattie. Forse, in un mondo dove ogni cosa poteva essere risolta da cotanto aiuto, anche l’avidità dell’uomo, così appagata, sarebbe scomparsa e con essa le guerre.

Era questa la risposta consolatoria che Bobo dava ai suoi dubbi angoscianti, perché lui lo sapeva, sapeva che la terra negli anni e nei secoli a venire, con tutto il bagaglio di esseri viventi, sarebbe stata ancora lì, nella sua galassia a girare obbediente intorno al sole.

Lo sapeva perché lo aveva visto e vissuto nelle sue trance. Per un errore della genetica o della natura o quant’altro di misterioso, aveva avuto il privilegio di dare un’occhiatina al futuro della terra e degli uomini.

In tarda età aveva ancora questa capacità perché le sue trance non lo avevano mai abbandonato. Quando il suo cervello lo trasferiva nel mondo futuro, come aveva già sperimentato, riusciva naturalmente a interagire in questa dimensione diversa che in quel momento diventava anche la sua, non era per lui una meraviglia vedere deserti che producevano cibo, mari che fornivano acqua sufficiente alla vita, clima moderato e gradevole. Certo tutto supportato e possibile grazie a una tecnologia spaventosamente avanzata.

Una tecnologia che aveva lentamente, secondo la teoria darviniana, adattato tutti gli esseri viventi alla nuova realtà.Il cervello degli uomini era aumentato di volume per la necessità di contenere enormi informazioni e conoscenze tecnologiche, utili alla vita di tutto il pianeta per cui la sua testa era diventata più grossa mentre il corpo, non più sottoposto a pesanti lavori fisici, aveva lentamente assunto una figura più esile.

Aveva visto robot dotati di una intelligenza tecnologica e di una spaventosa somiglianza agli esseri umani, con cui collaboravano e ne supportavano il lavoro come se fossero loro simili.

Bobo, con questo grosso e angosciante segreto, aveva vissuto una vita intera fino a tarda età. Aveva però sentito, a un certo punto, la necessità di tenere un segretissimo diario delle sue “fughe nel futuro”. “Chissà” pensava, dal suo eremo nel quale si era rifugiato vecchio e ormai molto stanco, “chissà che qualcuno, alla mia morte non lo ritrovi, non lo legga trovandolo interessante e meritevole di oggetto di studio. Che mi ritenga un involontario profeta che non ha mai voluto manifestarsi o….molto più probabile un pazzo visionario. Io stesso non so dare una risposta a questo quesito che per un’intera vita mi ha assillato. Di una cosa, però, sono certo: molto ancora continuerà a cambiare affinché la terra , col suo carico vivente, possa continuare a esistere.”

Il grande mistero di sempre è:

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?...ma…andiamo…

Mina Mandese

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