Verso la fase due

Ci pensavo già da quando era iniziato a cosa avrei fatto una volta che tutto fosse finito.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 02 maggio 2020
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. © Immagine tratta dal web

Ci pensavo già da quando era iniziato a cosa avrei fatto una volta che tutto fosse finito.

Immaginavo maggio, al massimo giugno. Eravamo a fine aprile e non era finito un bel niente. Lui ,quella faccia di bronzo di un virus era rimasto là a contagiarmi la mente, mentre in un incontro ravvicinato avrebbe potuto anche farmi fuori con uno starnuto.

«Non ti basta quello che mi hai fatto?» urlai affacciata al balcone, «Adesso lasciami libera di vivere la mia vita!»

«Ma io ho bisogno di te, potrei persino dire che ti amo» replicò.

Mi chiusi dentro casa e lo lasciai sul terrazzo, a essiccarsi al sole.

Anche se sapevo che il giorno dopo lo avrei ritrovato, dietro l’angolo di una strada o vicino alla mia auto.

«Che ci fai qui?»

«Te l’ho detto: ti amo».

Risi di una risata isterica, al limite della follia. Mi cadde pure la mascherina e tornai subito a casa.

«Vediamo chi la spunta» dissi, sbattendo la porta così forte che un po’ di intonaco si staccò dal muro e si sbriciolò come borotalco sul pavimento.

Stilai un programma in cui lui non era contemplato, sarei stata molto meglio senza la sua compagnia.

E invece era sempre nell’aria, faceva capolino su wats app, scriveva post su facebook e meno male che non avevo twitter se no me lo sarei ritrovato anche lì. Provai ad accendere la televisione. Che so, avrei potuto cercare un bel film o una puntata de“La Signora in giallo” che poi manco mi piaceva, ma era l’unica serie di cui ricordavo il titolo. Purtroppo lui era l’ospite principale di tutte le trasmissioni. E che .....!

Sì lo so che una signora non dovrebbe esprimersi così ma quando ci vuole ci vuole. E lui mi aveva esasperato.

Riaccarezzai l’idea di cosa avrei fatto quando finalmente il lockdown fosse terminato. Cercavo suggestioni positive che mi disintossicassero da certe visioni cupe del mio futuro e mi vedevo a passeggiare tra gli alberi o sul lungomare in una giornata di sole. Guardai fuori dalla finestra, il sole c’era. Se ne stava al suo posto nel cielo, indifferente. Pregustai anche una bella spaghettata di cozze, in un ristorantino tutto bianco, sulla costa, che avevo scoperto l’estate prima. Mi sembrò addirittura meraviglioso, poter finalmente abbracciare qualcuno, stringergli la mano ed entrare insieme in un bar per un caffè.

Ecco, cosa mi aveva fatto quel maledetto agente patogeno, aveva cancellato tutte le iperbole della mia esistenza, ridimensionato le mie prospettive sul mondo globale riportandomi all’essenziale, alla basicità dell’essere, ai desideri minimi, alle necessità primarie.

Mi disinfettai le mani con l’alcool, avevo appena ritirato un pacco dal corriere, ormai non si firma più alcuna ricevuta. L’avevo aperto e avevo gettato l’involucro accartocciato in un grosso sacco nero.

Montai i vari pezzi e finalmente posizionai la mia cyclette nuova sul terrazzo, dove il gelsomino si era inerpicato tra le maglie della rete sul muro della casa. Cominciava a fiorire, anche lui indifferente alle mie ambasce. Da poco avevo piantato i gerani, li avevo trovati in un negozio di frutta e verdura, insieme alle piantine di salvia, menta e basilico, e avevo anche aperto l’ombrellone, cominciava a far caldo.

Mi spalmai un po’di crema solare e, in canottiera e pantaloncini, salii sulla cyclette.Davanti a me, oltre i tetti bassi delle case, la campagna. L’aria era pulita e leggera, come non mai. Cominciai a pedalare, macinando chilometri stanziali mentre la mente correva su strade di ricordi agrodolci, errava per terre dimenticate e come un vagabondo ritornava sui suoi passi “alla ricerca del tempo perduto”.

Lui era sempre lì, invisibile ma presente, nascosto in un respiro o trattenuto tra le ciglia come una lacrima, adagiato su un sorriso o sospeso tra le dita, pronto a spiccare il volo.

Ma ormai non avrebbe potuto più cogliermi alla sprovvista. Feci la doccia, mi vestii, mi truccai e indossai la mascherina faidate confezionata con un tessuto giallo come un campo di grano su cui pois di un rosso intenso spiccavano come papaveri. Era iniziata la fase due.

Uscii a fare una passeggiata. Era il 4 maggio. E sotto la mascherina, spuntò un sorriso.

Raffaella Ricci

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