A tutto c'è un limite.

Da quando è iniziata la storia del virus, usiamo due bagni separati e dormiamo anche in due stanze separate per evitare il contagio

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 18 aprile 2020
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. © Immagine tratta dal web

«Vestiti, usciamo!» mi dice Stefano con tono perentorio, «Sono quaranta giorni che non metti il naso fuori casa e stai diventando maniaca ossessiva».

Io sto disinfettando il bagno. Da quando è iniziata la storia del virus, usiamo due bagni separati e dormiamo anche in due stanze separate per evitare il contagio.

«Quale contagio?» replica lui, «Esco solo per fare la spesa.»

«Oh, ma ti conosco, sei sempre distratto e hai un approccio superficiale alle cose».

Non ribatte, perché sa che è vero, anche se lui pensa di tacere solo per quieto vivere.

Comunque prima di entrare in casa deve togliersi le scarpe, buttare i guanti e la mascherina nel sacchetto che ho lasciato fuori alla porta, disinfettarsi le mani e attraverso un percorso dedicato andare in lavanderia, togliersi la tuta, i calzini e le mutande, mettere tutto in lavatrice e avviarla, aggiungendo al solito detersivo anche il Napisan.

In lavanderia gli lascio sempre il cambio. Lui, dopo essersi rivestito e aver nuovamente disinfettato le mani, può rientrare in casa, mentre io nel frattempo con guanti e mascherina ho provveduto a sanificare la zona che ha percorso. Apro le finestre e faccio cambiare l’aria. Per fortuna abitiamo all’ultimo piano.

«E comunque non sto diventando maniaca ossessiva, uso solo normali regole di prevenzione».

Questa volte ribatte: «No, restare in casa con guanti e mascherina, mangiare separatamente e dormire separatamente, evitarmi, non è normale. Va bene la prevenzione, ma a tutto c'è un limite e tu lo hai superato».

Ho un attimo di sbandamento, Stefano è ingiusto, il virus è nell’aria, si posa sulle cose, sugli abiti, sulle scarpe, sulle buste della spesa e resiste ore prima di sparire, minaccioso aspetta una mano che lo sfiori. E a quel punto sei fottuto.

Mi viene da piangere, ma resisto, adesso tirare via le lacrime con le dita sarebbe molto, molto pericoloso.

«Fuori c’è il sole» dice, «la gente esce per fare la spesa, per comprare il giornale, per andare in farmacia...»

“appunto, in farmacia!”

«...per fare una passeggiata sotto casa. Ora hanno aperto anche le librerie...»

“Fosse per le librerie, non avrei letto neanche un libro in questi giorni!”

«Hai bisogno di uscire. Avanti vestiti».

Mi guarda con gli occhi di un Cocker, quegli occhi grandi e liquidi tirati giù dalle orecchie. Stefano ha sempre avuto le orecchie grandi, ma quando mi guarda così vuol dire che è in pena per me. Che è turbato, allarmato, inquieto. A pensarci bene mi guarda così anche quando sta per esplodere. Forse pensa davvero che sia uscita fuori di senno.

«Va bene» dico, «hai vinto».

Vado in camera e mi vesto senza molta convinzione.

Lui seduto su una poltrona del salotto, con il viso e il corpo contratto, aspetta.

«Va bene così?» domando e faccio un giro su me stessa.

«Stai uscendo, truccati.»

«Ma con la mascherina e gli occhiali chi vuoi che mi veda?»

«Ti vedo io. Truccati!».

È come un ordine, anzi è un ordine che non lascia spazio a repliche. Ha acceso la televisione, la curva dei contagi sta scendendo, ci sono lievi segnali di miglioramento e ci si organizza per la fase due.

Obbedisco.

Riluttante ma obbedisco.

Dopo dieci minuti sono pronta. Stefano mi guarda con una nuova luce negli occhi, quasi mi commuove.

I guanti la mascherina e gli occhiali ce li ho, la boccettina di disinfettante nella tasca pure. Tremo. Penso che sono ancora in tempo, che posso salvarmi se solo mi rifiuto di assecondarlo, è lui quello che è uscito di senno.

Apre la porta e mi posa una mano sulla spalla, come un invito o una spinta. No, è proprio una spinta.

Mi ha toccata!

Ormai sono contagiata. Emetto un lungo respiro che mi appanna gli occhiali.

E affronto il mio destino.


Raffaella Ricci

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