Chiusa per inventario- seconda parte

Sprofondammo nell'abulia, nell'incredulità che stava accadendo proprio a noi...

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 21 marzo 2020
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. © Immagine tratta dal web

In un Italia chiusa per inventario scoprimmo una nuova dimensione del tempo.

Scoprimmo un ritmo diverso delle nostre vite in cui potersi ritrovare. Con i nostri affetti, le nostre paure, le nostre speranze, con i conflitti irrisolti, le parole non dette, gli sguardi mancati, con i baci mai dati. Nel chiuso delle nostre case, nel silenzio della solitudine o nel chiasso dei bambini che continuavano a giocare, trovammo un modo nuovo di essere noi.

Ma non subito.

Perché l’angoscia fu il primo sentimento e la percezione della nostra fragilità il secondo. Temevamo inoltre la convivenza forzata, l’impossibilità di uscire, di muoversi liberamente, il restringimento dei nostri confini vitali e un senso di oppressione alla gola. I primi giorni furono..., non riesco a dire neanche come furono, non ci sono parole per esprimere esattamente come ci sentivamo con le nostre vite in pausa, alla mercé di un soffio, di una particella di saliva, di uno starnuto, di una mano che avevamo stretto nei giorni precedenti.

Sprofondammo nell’abulia, nell’incredulità che stava accadendo proprio a noi , al nostro mondo iperconnesso, quello strano isolamento, e non bastò facebook o watsapp a colmare il vuoto fisico che ci circondava.

Ma di tutto il regno animale noi siamo gli esseri più adattabili. Non abbiamo la forza di un leone né l’agilità di una gazzella, non abbiamo zanne né veleni per difenderci. Non abbiamo ali e neanche pinne natatorie. Noi siamo uomini e non abbiamo difese, se non la nostra adattabilità o resilienza come si usa dire adesso. Eppure abbiamo conquistato mondi, abbiamo volato oltre i cieli e siamo scesi nelle profondità marine, abbiamo scalato montagne a mani nude e abbiamo ammansito le fiere e, nei momenti in cui dobbiamo cambiare i nostri comportamenti per sopravvivere, noi siamo in grado di farlo.

E così restammo in casa, una, due , più settimane, e cominciammo a scoprire il piacere di ritrovare noi stessi e le persone che amavamo, cominciammo a parlare con i nostri figli, a condividere uno spazio che sino a quel momento si era rivelato bastevole ma che ora nella ininterrotta condivisione quotidiana appariva angusto. All’irritabilità iniziale, alimentata tra l’altro da politici che anche in quella circostanza continuavano a fare campagna elettorale denigrando l’operato di chi era chiamato a prendere decisioni difficili, mettendosi in mostra ovunque e comunque, subentrò un’attesa paziente, coscienti che stavamo facendo l’unica cosa possibile, perché non avevamo armi verso quel nemico invisibile che in così poco tempo aveva abbattuto tutte le nostre certezze e messo in ginocchio la nostra società tecnologica.

Man mano che la situazione diventava più grave, smettemmo di criticare, di fornire la nostra limitata soluzione personale al problema, smettemmo di sentirci esperti tuttologi, lasciammo cadere la nostra presunzione dell’uno vale uno davanti alla competenza dei virologi, dei medici e degli infermieri in prima linea, della protezione civile e del governo. Nella nostra costituzione la salute dei cittadini è un bene primario, di cui tutto il paese si fa carico. Ci sentimmo accomunati da un unico destino. Bandiere tricolori e arcobaleni dipinti sui cartoni con la scritta “ insieme ce la faremo” apparvero sui balconi. L’inno di Mameli tornò a diffondersi dai computer, dalla televisione, dai nostri cellulari, per darci l’esatta contezza che non eravamo soli.

Fu il nostro modo di resistere, di bloccare la paura che i tanti morti amplificavano.Pregammo, chiamammo a telefono i parenti e gli amici che non sentivamo da tempo, osservammo, tramite i telegiornali, il comportamento di alcuni, degli untori e dei volontari, di chi faceva di tutto per salvare la gente e il paese e degli sciacalli. Riflettemmo su di noi, sulla nostra bellissima Italia che forse non meritavamo, perché della sua grandezza non avevamo alcun merito, ne eravamo solo gli eredi, forse indegni. E, nel movimento lento del tempo e delle nostre vite,il pensiero si liberò dei pregiudizi, degli egoismi, dai condizionamenti e dalle manipolazioni, e ritrovò la propria umanità e la consapevolezza che potevamo essere migliori di quel che eravamo.



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