Chiusa per inventario

Ci preparavamo a un'eventuale quarantena che il giorno dopo arrivò

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 14 marzo 2020
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. © Immagine tratta dal web

Quando ne parlarono alla televisione doveva essere il venti gennaio o forse il diciannove. Un nuovo virus in Cina provocava la polmonite. Wuhan una citta di undici milioni di abitanti fu messa in quarantena. Come al solito le televisioni ne parlarono da diversi punti di vista, era poco più di un’influenza, non era un’influenza e comunque era dall’altra parte del Mondo.

Anestetizzati da una overdose di notizie, di guerre, di eccidi, di violenze, di catastrofi che i mass media ci portavano ogni giorno nelle case, prendemmo le distanze dall’epidemia.

Ma c'era una dicotomia nel nostro sentire e più prendevamo le distanze, più percepivamo una minaccia imminente.

Non ci sentivamo al sicuro, intuivamo le nostre vite essere ininfluenti sul destino del mondo.

La globalizzazione ci aveva aperto un universo parallelo, fatto di poteri, di interessi trasversali, di finanza, di politica, dove l’uomo comune non contava nulla, era solo uno spettatore impotente. Ma anche il destino stesso della terra non contava. Innalzamento delle temperature,scioglimento dei ghiacci, inquinamento, cambiamento climatico, desertificazione, sovrappopolamento.Con spietato cinismo andavamo dritti verso il precipizio. In quel periodo di oscurantismo idee sovraniste avevano alimentato l’egoismo, il razzismo, la violenza.

La parola etica era scomparsa da tutti i vocabolari, i nuovi valori erano il potere e il denaro.

Una congiuntura astrale negativa.

Forse un complotto contro l’umanità.

Ma da noi il virus non sarebbe arrivato. E invece.

Milano. Com’era possibile? C’era mio figlio a Milano. Non era proprio Milano, ma una zona vicina, a circa cento chilometri.

«Se puoi resta a casa».

«Non posso devo lavorare».

«Dicono che non si trovano mascherine e disinfettanti».

«Non ti preoccupare».

«Ti mando un pacco con tutto quello che ti serve».

«Non esagerare».

La paura, come un verme schifoso, cominciò a strisciarmi nella testa e a scavare cunicoli. Non era una semplice influenza.

Io e il mio compagno eravamo preoccupati, anche lui aveva una figlia a Milano, ma tenevamo tutto dentro di noi per non accrescere vicendevolmente la nostra ansia man mano che le notizie peggioravano.Solo piccoli gesti, sospiri o parole lasciate a metà, ci tradivano.Mio figlio continuava a viaggiare dalla Lombardia al Veneto, sua figlia continuava a prendere la metropolitana per andare a lavoro.

Da noi, per due settimane, la vita continuò più o meno come prima. Lui andava a scuola, io a fare la spesa, incontravamo gli amici, andavamo al cinema e in palestra.

A scopo precauzionale comprai una decina di boccettine di disinfettante per le mani e un paio di mascherine chirurgiche, in qualche modo ero stata già infettata dalla psicosi da accumulo.

Quando chiusero le scuole, diradammo le uscite.

L’otto marzo, il giorno della festa della donna, la situazione peggiorò ulteriormente, una parte del Veneto e dell’Emilia e tutta la Lombardia diventarono zona rossa. Non si poteva entrare o uscire da quei territori, ma ci fu una fuga di notizie e prima che il decreto entrasse in vigore furono in molti ad assaltare i treni, i bus, i taxi per tornare a casa, al sud.

L’immagine di uomini, donne , bambini che come tante formiche impazzite, invadevano la stazione di Milano, si ammassavano davanti ai treni in partenza, senza il rispetto di nessuna distanza di sicurezza, ci fornirono l’esatta dimensione del pericolo.

Telefonai a mio figlio e lui a sua figlia.

Il giorno dopo all’apertura dei negozi noi eravamo in giro con il nostro carrello della spesa.

Lo riempimmo tre volte, la prima al supermercato, la seconda al mercato ortofrutticolo, la terza al negozio bio dove compravamo la pasta senatore cappelli.

Ci preparavamo a un’eventuale quarantena che il giorno dopo arrivò.

Iniziò così una esperienza che non avremmo mai pensato di vivere.

Convinti che quello fosse il periodo più buio della nostra vita non ci accorgemmo che ci era stata data un’opportunità.

In un'Italia chiusa per inventario scoprimmo una nuova dimensione del tempo.



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