Quando mio padre mangiava i bambini

faceva la comunione tutte le domeniche

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 08 febbraio 2020
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. © Immagine tratta dal web

Quando mio padre mangiava i bambini ero bambino anch’io. Don Egidio, ogni volta che lo vedeva entrare in chiesa gli diceva: «Vito, tu per regola non dovresti entrare, sei comunista e i comunisti, si sa, mangiano i bambini».

Lui si faceva una grande risata e in chiesa ci entrava lo stesso. Don Egidio gli dava una pacca sulla spalla, «Va bene, per questa volta chiudo un occhio» diceva e lo accompagnava sino al primo banco.

Mio padre faceva la comunione tutte le domeniche.

Alcune volte, dopo la messa, Don Egidio lo prendeva sottobraccio e se ne andavano al bar a bersi un caffè. Ritornavano spesso sull’argomento. Non quello dei comunisti che mangiano i bambini che come diceva mio padre: «È una bugia inventata dai fascisti.» quanto piuttosto della politica.

Secondo Don Egidio, le donne non avrebbero dovuto votare, perché della politica non ne capivano niente.

«Le donne hanno fatto la Resistenza e hanno rischiato la vita come gli uomini. Se non ne avessero capito niente se ne sarebbero rimaste a casa a fare le cose di donne e magari ora noi due non staremmo qua a chiacchierare per non essere sospettati di cospirazione».

Quando mio padre mangiava i bambini, alla televisione davano i film di Peppone e Don Camillo che in qualche modo rappresentavano quello che accadeva allora in un' Italia in cui i comunisti erano cattolici esattamente come i democristiani. Forse non tutti i comunisti e forse anche non tutti i democristiani, ma la maggior parte sì.

Da bambino, quando andavo a passeggio con mio padre, gli davo la mano e non avevo paura. Lui era il mio argine e mi infondeva fiducia nel mondo e nel futuro.

A lavoro era entrato nel sindacato e stava sempre lì a discutere su quello che era giusto o ingiusto per i lavoratori. Parlava di salario, di diritti, ma anche di doveri, perché mio padre credeva nella nuova Italia piena di promesse. Che in parte sono state mantenute, ma solo in parte.

Non faceva che ripetermi: «Studia, ragazzino! Così dimostriamo a tutti di che cosa sono capaci i figli degli operai».

Come mio padre, ho sempre creduto nel sistema socialista, un sistema in cui tutti sono uguali e hanno pari dignità, in cui non ci sono da un lato persone troppo ricche e dall’altro persone troppo povere e in cui lo stato pensa a tutta la popolazione, non solo ai più potenti.

Il sistema socialista bandiva la proprietà privata, ma mio padre e mia madre, nonostante la loro fede politica, negli anni sessanta comprarono un appartamento. A rate.

Il fatto è che il nostro comunismo s’era mescolato con la nostra religione, «Il primo comunista è stato proprio Gesù» ripeteva mio padre, ma anche con il nostro essere italiani, con i nostri pregi e i nostri difetti.

Noi saremmo stati dei comunisti diversi da quelli dell’Unione Sovietica, ma nessuno lo ha mai capito. Nessuno fino a Berlinguer.

Nel 1976 mio padre, insieme ad altri “compagni”, partì alla volta di Napoli per assistere al comizio di Enrico Berlinguer a pochi giorni dalle elezioni politiche. Quando tornò, a notte fonda, venne a svegliarmi, come gli avevo chiesto, e mi parlò di una piazza enorme piena di gente e di bandiere rosse. Era il 16 giugno. Compivo diciotto anni il 18 giugno e il 20 per la prima volta andai a votare.

Fu il miglior risultato nella storia del Partito Comunista e fu il momento in cui il compromesso storico proposto dal nostro segretario sembrò potersi realizzare.

Ma ciò non è avvenuto.

Visto svanire il nostro sogno, alcuni di noi immaginarono di deviare verso il partito socialista, che in fondo rappresentava un’idea di sinistra più accettata dal sistema politico. Altri, forse rassegnati a restare per sempre un partito di opposizione rimasero. I vertici, arroccati in una sorta di snobismo intellettuale, negli anni si sono allontanati sempre più dalla base.

Che poi saremmo noi, il popolo della sinistra, per intenderci.

E così ci siamo persi, abbiamo perso l’entusiasmo, l’energia, l’innocenza che avevamo e delusi, confusi e amareggiati non sappiamo più dove andare.

Quando mio padre mangiava i bambini avevamo un’idea elevata della politica, forse un po’ ingenua perché a rileggere la storia fatta di alleanze, di accordi e disaccordi, di scissioni, sgambetti, compromessi ed estremismi, neanche allora ci faceva una gran bella figura.

Ma allora avevamo la speranza nel futuro.

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