Serial Killer

Ci sono diverse cose che un uomo quando viaggia da solo non dovrebbe fare

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 01 febbraio 2020
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Ci sono diverse cose che un uomo quando viaggia da solo non dovrebbe fare.

Lorenzo era partito all’alba, Gabriella ancora dormiva. L’aveva baciata sulla guancia e aveva chiuso la valigia.

Aveva aperto la porta di casa senza far rumore, ma lei si era svegliata e lo aveva raggiunto in camicia da notte. Aveva i capelli arruffati e gli occhi ancora incollati.

«Rientrerai prima questo fine settimana?» aveva domandato «lo sai che Marta e Flavio ci tengono che ci sia anche tu».

«Ci provo» rispose «nel caso gli farai tu gli auguri da parte mia».

«Lorenzo!» aveva detto lei «ci tengo anch’io. Non mi va di andare ovunque sempre da sola».

«Farò di tutto» rispose, la baciò nuovamente, questa volta sulla bocca e uscì.

Gli piaceva il sapore delle labbra di sua moglie, anche la mattina, appena sveglia.

E gli piaceva l’odore della sua pelle, la sua voce morbida, il suo incedere lieve.

Era entrato in auto ed era partito.

Milano all’alba è silenziosa e immobile. Avvolta da una leggera foschia appare come un luogo misterioso in un altro dove. Come una donna che si svela solo a te.

Ricordò l’ultima volta che aveva fatto l’amore con Gabriella. Non era stato quel fine settimana. E neanche quello precedente.

Era entrato in autostrada e si era fermato al primo autogrill.

Ci sono diverse cose che un uomo quando viaggia da solo non dovrebbe fare e una di queste e non dare un passaggio a una bella donna.

L’aveva colpito lo smalto rosso, Gabriella diceva sempre che lo smalto rosso è volgare. Per Lorenzo era sensuale. Mani curate, dita affusolate che stringevano la tazzina del caffè, unghie lunghe come artigli, rosse come il sangue. Immaginò una storia di passione ardente, di amplessi infuocati, di baci voraci e ordinò un caffè.

Aveva un appuntamento alle undici a Padova. Guardò l’orologio aveva tempo. Tempo per rilassarsi, e per guardare quella splendida creatura. Indossava un abito di maglina, uno di quegli abiti che aderiscono come una seconda pelle e non nascondono nulla. Gambe lunghe avvolte in calze leggerissime e scarpe leopardate con tacco a spillo, in metallo color oro. Dieci centimetri di tacco, forse dodici di cui lei non aveva bisogno. Lunghi capelli scuri le scendevano sulle spalle e le coprivano parte del viso di cui riusciva a intravedere solo la bocca, rossa, dello stesso rosso delle unghie, carnosa. Se ne stava dritta davanti al bancone a sorseggiare il caffè. Le sue labbra marchiarono a fuoco la tazzina. Lorenzo fissò quell’impronta sulla ceramica, sospirò e cercò l’ immagine della donna nello specchio dietro il barista. I loro occhi si incrociarono il tempo che bastò per leggervi il desiderio.

Lorenzo si scosse da quella fantasia. “Non ora” pensò e uscì.

Era già arrivato alla sua Mercedes quando la voce di lei lo chiamò

«Scusi» disse, la mia Cinquecento è in panne, sono riuscita a portarla fin qui e ho già chiamato l’assistenza stradale, ma non ho il servizio dell’auto sostitutiva e devo essere a Verona per le dieci. Se lei va da quelle parti… sono disposta a dividere le spese».

Lorenzo la guardò. La donna indicava un carro attrezzi, fermo nell’area di sosta, che trasportava una 500L blu. Dalle viscere una voce selvaggia sovrastò il timido “non ora” che si era appena detto. “È lei che lo vuole” gli urlava. Sfoderò uno dei suoi migliori sorrisi e disse:

«Verona è di strada. Salga» e le aprì la portiera.

Dopo pochi chilometri si davano del tu. All’altezza di Peschiera del Garda già flirtavano.

« Samantha è un bel nome» disse Lorenzo, «evocativo» e infilò lo sguardo nella scollatura di lei. Samantha gli si avvicinò e con le unghie affilate come lame di coltelli gli sfiorò la guancia e il collo. Un brivido lo percorse e immaginò gli infiniti modo in cui Samantha avrebbe potuto farlo impazzire. Nella sua mente si affacciò, come da dietro un uscio appena aperto, il volto di Gabriella. “Al diavolo” disse fra se ricordando il sesso tiepido a cui sua moglie lo costringeva.

Si fermò dietro alcuni alberi nell’angolo più remoto di un’area di parcheggio. Non c’erano veicoli in sosta.

Samantha si era tolta una scarpa e con il piede risaliva lungo la sua coscia. Lorenzo sentì il sangue bruciargli nelle vene, chiuse gli occhi e immaginò tutto quello che avrebbe fatto di quella donna…

Gabriella all’ora di pranzo era con Marta. Non le piaceva quel locale, troppo affollato e poi quella televisione enorme ostentata come un quadro sulla parete. Sempre accesa. A malapena lei e Marta riuscivano a scambiare due parole.

Con la forchetta aveva infilzato l’ultimo boccone della sua bistecca quando alzò lo sguardo e le sembro di scorgere nello schermo da centoventi pollici la Mercedes di Lorenzo abbandonata in un’area di sosta. Un corpo coperto da un lenzuolo al posto di guida e sul parabrezza la parola “PORCO” che sembrava scritta col sangue.

Ma era smalto.

Quell’orribile smalto rosso che la serial killer usava per firmare i suoi delitti.

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