Scusate se è poco

Jojo Rabbit, una commedia nera che fa riflettere

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 25 gennaio 2020
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. © Immagine tratta dal web

Sono andata a vedere un film, non so se ne avete sentito parlare.

Il film si chiama Jojo Rabbit e forse qualcuno potrebbe dire che in fondo non è un granché originale perché del nazismo e degli ebrei e di quella guerra si è già detto tutto e comunque di certe cose bisogna parlarne seriamente.

Il fatto è che ci sono sempre più modi di affrontare lo stesso argomento, più possibilità offerte alla nostra intelligenza e alla nostra sensibilità di trattare di una follia collettiva così devastante.

Ricordo da bambina certi film drammatici, in bianco e nero, che mi hanno colpita violentemente. Forse non avrei dovuto vederli, data la mia giovane età, ma allora il mondo provava un orrore così annichilente e un disgusto così potente che era inevitabile esserne coinvolti.

Sono passati settantacinque anni e sembra che non abbiamo imparato niente da quella esperienza devastante. In questo nostro presente globalizzato restano i dittatori, i conflitti, i genocidi, l'odio. Ci sono esodi in massa, fughe dai territori di guerra, dai quei territori privati delle loro risorse dove la popolazione muore di fame, di stenti, di malattie, di bombe.

E noi anestetizzati da pillole, flebo e overdose di insensibilità, permettiamo all’ideologia di un nuovo fascismo, intollerante e razzista, di inquinare l’aria rendendola irrespirabile.

Primo Levi diceva in una sua lettera : “Piuttosto di accusare i tedeschi di crudeltà, accuserei i tedeschi di allora di egoismo, di indifferenza e soprattutto di ignoranza volontaria”.Ed è esattamente quello che sta accadendo anche a noi. Schiacciati da un mondo a portata di mano ci rinchiudiamo nelle nostre quattro mura e discutiamo di tutto ma senza farci coinvolgere.

E anche la Giornata della Memoria è diventata solo una scadenza “celebrativa” invece di un momento di commemorazione e di riflessione. Forse sarebbe meglio considerare l’opportunità di sostituire la nostra narrazione stereotipata e ormai inefficace con nuovi modi di raccontare, nuovi sguardi che, invece di dissolversi nella retorica del rito istituzionale e puntare alla lacrima facile, siano in grado di smuovere le coscienze.

E qui torniamo a Jojo Rabbit. Johannes Betzler, detto Jojo, ha dieci anni e vive in un borgo non specificato della Germania nazista dove la vita sembra scorrere felice proprio nel momento in cui il terzo Reich si sta sgretolando. È l’estate del 1944 e Jojo, imbevuto della possente propaganda di regime si appresta con orgoglio a diventare un uomo nel campo estivo della gioventù hitleriana, quella gioventù che nel momento della disfatta verrà mandata a morire in prima linea. Jojo è il più minuto, il più fragile, il più improbabile del branco ma può contare sul sostegno e sui consigli del miglior amico immaginario possibile. Adolf Hitler.

Mi ha Colpito il contrasto tra l’assoluta dolcezza di Jojo e la ferocia dei suoi ideali. È terribile come un certo tipo di indottrinamento riesca a manipolare i pensieri, inculcare un’ideologia che impedisce di pensare con la propria testa portando il soggetto a una subordinazione psicologica totale e al fanatismo. Mi ha colpito il paradosso di questo improbabile “amico immaginario” (ruolo che il regista ha ritagliato per se) ridotto a patetica macchietta.

Non so perché mi è tornato in mente “Il Grande dittatore”, il film che Charlie Chaplin girò nel 1940, quello, per intenderci, in cui Hitler giocava non tanto metaforicamente con il mappamondo. Ci ho visto la stessa trasfigurazione caricaturale, la stessa satira apparentemente indulgente che mostra il lato ridicolo della follia nazista costringendoci allo stesso tempo a una profonda riflessione.

Forse qualcuno potrebbe gridare al sortilegio per questo confronto, forse potrebbe non capire le scelte del regista Taika Waititi volutamente iperboliche, satiriche e parodistiche. Chi ha detto una risata vi seppellirà? Charlie Chaplin diceva che bisogna ridere dei dittatori perché sono comici e per lui così come per Taika Waititi Hitler era soltanto un pagliaccio da circo. “Purtroppo” scriveva Ennio Flaiano in un articolo del marzo 1961 sull’Espresso, “ le dittature nascono insensibili al ridicolo e la buffoneria esteriore di cui si parano è anche la lugubre mitizzazione della loro ferocia.

Insomma, in questo film ci troveremo più volte a riflettere su molte situazioni, divertenti per la resa geniale, ma assolutamente vere che, ancor oggi risultano terribilmente attuali. Forse bisognerebbe vederlo due volte per cogliere le tante sfaccettature come quella allegorica del Fhurer che banchetta con una testa di unicorno. Una scena che passa velocemente, quasi inosservata. Nella mitologia l’unicorno è un animale puro e ucciderne uno è una cosa mostruosa. Forse il regista ha letto “Harry Potter e la pietra filosofale” libro in cui si dice che Il sangue dell’unicorno ti mantiene in vita anche se sei a un passo dalla morte ma il prezzo da pagare è tremendo e poiché hai ucciso una cosa pura e indifesa per salvarti, la tua vita sarà maledetta.

Il nostro giovane Jojo dopo aver scoperto che la madre nasconde una ragazza ebrea, entrerà in crisi e metterà in discussione la bontà delle proprie idee. Alla fine riuscirà a liberarsi del suo "amico immaginario" , anche in maniera decisa, per dirla con un eufemismo. Ed è questa "liberazione" che auguriamo non solo ai ragazzi ma a tutti coloro che ancora disegnano le svastiche sulle croci dei cimiteri ebraici o sui muri, sui portoni, sulle vetrine dei negozi e anche per quegli stupidi che pensando di essere protetti dal web inviano minacce on line a Liliana Segre.

Questo è molto altro mi ha suscitato questo film semplice e lineare, una commedia nera così rappresentativa di quella realtà. Forse non sarà paragonabile al film di Charlie Chaplin del 1940, forse non sarà memorabile anche se è stato candidato a sei premi Oscar, ma per me è stato un film che mi ha fatto riflettere e, in quest’epoca di pensieri posticci, scusate se è poco.

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