Non è colpa nostra! Stavamo solo scherzando

Non è mai uno scherzo quando fai del male a qualcuno

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 18 gennaio 2020
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. © Immagine tratta dal web

Davide pedalava a tutta velocità per sfuggire ai tre ragazzi che lo inseguivano. – Bella la tua bici — avevano detto quando si erano parati, con le loro biciclette, davanti alla ruota anteriore della sua Mountain Bike.

Non sapeva neanche come aveva fatto a scappare. Guardava avanti a se cercando di scansare i pedoni e superando le auto ferme all’incrocio. Non riusciva a pensare ad altro se non a pedalare più forte che poteva.

La strada, con le auto parcheggiate, con i grandi alberi disposti in fila indiana, con i palazzi e le case che si susseguivano, sfrecciava ai suoi lati sfocata.

Sentiva un calore partire dalle gambe e salire lungo il corpo fino al collo, alla bocca, alle guance avvampate, agli occhi. Piccole lacrime gli scorrevano sul volto come rigagnoli d'acqua sul vetro di un’auto in movimento e si confondevano con le gocce di sudore che gli cadevano dalla fronte. Le dita delle mani si erano irrigidite sul manubrio, le braccia gli facevano male, le cosce e i polpacci gli bruciavano, ma continuava a pedalare cercando di arrivare il prima possibile in un posto sicuro.

Erano le prime ore del pomeriggio e per strada non c’era molta gente e poi chi gli avrebbe dato una mano contro quei tre? Chi si sarebbe posto a sua difesa?

Si era allontanato troppo da casa, era più leggero e veloce di loro, ma sarebbe stato anche più resistente alla fatica? Il cuore rimbalzava sul diaframma e si spingeva sino in gola come se volesse uscire, fuggire da lui e abbandonarlo al suo destino. Non riusciva più a respirare, tutto il mondo si appannò e cominciò a scomparire.

L’urto fu inevitabile, la bicicletta si deformò sotto le ruote dell’auto, il suo corpo volò sul cruscotto, per un attimo gli occhi dell’uomo al volante si incastrarono, terrorizzati, nei suoi. Vide un pezzo di cielo, i panni stesi a un balcone, l’insegna di un barbiere e, quando scivolò lungo il lato sinistro della vettura, vide i suoi tre inseguitori che si avvicinavano.

Ricordò la volta che nel cortile della scuola lo avevano fatto cadere durante la ricreazione perché si era rifiutato di dargli il proprio panino. Ricordò quando gli avevano tagliato con un temperino lo zaino e quando gli avevano tolto a forza il Casio che sua madre gli aveva appena comprato. Ricordò tutti i " Ti spezziamo i denti, ti rompiamo la faccia, ti lasciamo morto a terra" con cui lo avevano sempre minacciato, tutte le volte che lo avevano inseguito e i pugni e i calci che gli avevano dato

Ricordò anche tutte le volte che aveva desiderato morire e, un attimo prima di colpire l’asfalto, sorrise.


(Nelle mie intenzioni questa piccola storia di ordinario bullismo doveva finire qui. Ho difficoltà a credere alla redenzione di teppistelli arroganti che si esaltano alle loro bravate e che usano la sopraffazione come unico modo per affermare se stessi. Ma poiché il pensiero ha bisogno della speranza per guardare oltre il buio, ho deciso di continuare il mio racconto con un atto di fiducia. Se siete degli ottimisti e se volete potete continuare anche voi.)


Quando i tre bulli lo raggiunsero, videro della gente intorno a Davide e la sua bicicletta accartocciata su un lato della strada. L’uomo alla guida dell’auto, guardava sconvolto il corpo esanime del ragazzino. – È sbucato dal niente all’improvviso – disse, – si guardava alle spalle, come se fosse inseguito da qualcuno –. I tre ragazzi si scambiarono uno sguardo. – Ho frenato ma non ho potuto fare nulla per evitarlo.

– Sono un medico – disse qualcuno, facendosi largo tra la folla e si chinò su Davide. – È stordito. Non è grave ma è meglio non spostarlo.

– Andiamocene! – disse uno dei tre teppisti agli altri due, girò la sua bicicletta e iniziò a pedalare tornando da dove era venuto. Fatti trecento metri si fermò ad aspettare i suoi compagni. Di li a poco il secondo ragazzo lo seguì. – Mattia, vieni? – disse, tirando per il gomito l’ultimo di loro che non riusciva a staccare gli occhi da Davide.

– È colpa nostra – disse Mattia.

– Non è colpa nostra. Stavamo solo scherzando.

Mattia restò.

Dopo che l’autoambulanza aveva portato via Davide, dopo che la polizia aveva fatto tutti i rilevamenti e anche quando la gente si era dispersa e la strada era rimasta vuota, Mattia restò a fissare le ombre che avanzavano nella sera.

Il giorno dopo andò in ospedale e cercò Davide. Lo trovò che dormiva. Aveva il braccio immobilizzato da una fasciatura, alcune escoriazioni e un grosso cerotto sul sopracciglio. Quando Davide aprì gli occhi vide Mattia che lo scrutava e il cuore cominciò a battergli furiosamente. – Che vuoi ancora da me?

Mattia abbassò lo sguardo – Sono venuto a vedere come stai... Mi dispiace per tutto quello che ti abbiamo fatto... Ieri, quando ti ho visto a terra ho pensato che fossi morto... Siamo stati proprio degli stronzi.

Deglutì. – Ora me ne vado.

Si voltò e, a testa bassa, si avviò verso la porta della stanza.

– Ciao – disse, con un filo di voce.

Davide lo guardò allontanarsi.

– Ciao – rispose. E sospirò



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