Silvia, svegliati!

Sono andata a cercare i tuoi ricordi perchè i miei non bastano più

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 07 dicembre 2019
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. © Immagine tratta dal web

Te li ricordi quei pomeriggi quieti in cui disegnavamo sul marciapiede caselle con il gesso e giocavamo a campana, oppure andavamo a comprarci le meringhe alla pasticceria all'angolo?

E le volte che stavamo nel cortile che ci sembrava enorme e ora a guardarlo bene sembra un recinto per galline?

Il futuro era ampio, allora, il tempo inesistente, e ogni cosa era una sorpresa, compresa la pasta e fagioli che la mamma cucinava ogni venerdì.

Silvia svegliati. Perché continui a dormire?

Invece quando ti inseguì il pastore tedesco, mentre andavamo a scuola, te lo ricordi? Eravamo in seconda elementare.

Vedesti quel grosso cane venirti dietro e cominciasti a correre spaventata. Cadesti e ti saltò addosso. Scodinzolava.

Ti leccò tutta la faccia e tu, bloccata dalla paura chiudesti gli occhi e rimanesti immobile.

Come adesso.

Sono andata a cercare i tuoi ricordi, nei cassetti, nelle tue borse, nella grossa scatola rossa che tieni nell’armadio. Sono andata a cercarli perché i miei non bastano più. E ho trovato uno specchietto avvolto nella carta a quadretti.

A scuola un bambino di quarta, durante la ricreazione, te lo mandò con un suo amico. Uno specchietto da borsetta, rettangolare e senza cornice, forse sottratto alla borsa della madre. Sul foglio di carta aveva scritto " Ti vuoi fidanzare con me?" e agli angoli aveva disegnato delle margherite.

Questo te lo ricordi, vero Silvia?

Io l'avevo dimenticato. È passato tanto tempo.

Guardammo l'amico e lui ci indicò un ragazzetto dai capelli neri e gli occhi grandi, che ti guardava da lontano.

"Si" rispondesti e ritornasti in classe con le guance infuocate.

Ettore. Così si chiamava.

Il pomeriggio andava a imparare un mestiere.

Curiose come scimmie, passammo davanti alla sua autofficina. Quando ci vide alzò la mano e sorrise. Aveva le mani nere e la tuta, troppo grande per lui, arrotolata ai polsi e alle caviglie.

Noi ridemmo e scappammo via, ma il giorno dopo lui ti mandò un altro regalo. Un pettinino d’osso.

Quando uscimmo da scuola era lì ad aspettarti e faceste un po’ di strada assieme.

Io vi venni dietro con Angelina.

Quello che vi diceste lo hai tenuto in serbo per te come qualcosa di prezioso. Non volesti condividerlo neanche con me.

E pensa ancora mi brucia non saperlo.

Non l’ho mai più visto, ma forse tu sì.

Perché ho trovato una foto in bianco e nero di un ragazzo di forse quindici anni con indosso la tuta da meccanico, in posa davanti a una decappottabile che mi piace immaginare rossa. Dietro la foto una frase: “Per sempre”.

Silvia, svegliati!

Ora vorrei che tu aprissi gli occhi e mi raccontassi tutto di lui.

Potresti anche solo stringermi appena la mano per farmi capire che sei qui con me, sorellina.

— L’orario delle visite è terminato — mi dice l’infermiera mentre controlla la macchina che ti fa respirare.

Ancora insisto a venire qui ogni giorno, insisto a parlarti della nostra vita, dei giorni vissuti assieme, delle cose che ci siamo dette e ora anche di quelle che ci siamo taciute. E forse le cose non dette sono le più preziose. Sono scintille che possono riaccenderti l'anima. Per questo sono andata a cercare tra le tue cose: lo specchio, la foto, il diario con i cuoricini.

Ettore che per me era solo una storia di bambini forse per te è stato più importante di quello che penso.

— L’orario delle visite è terminato — ripete la voce atona e io mi alzo, ma ancora non ti lascio la mano. Ogni volta lasciarla è un po’ come morire.

— Svegliati! — sussurro e ti sfioro la fronte con un bacio.

— Si è mossa!

— Lo dice ogni volta — risponde l’infermiera mentre apre la porta per invitarmi a uscire.

— Questa volta si è mossa davvero.

— Per favore.

— Venga a controllare.

Ogni sera si ripete identica alla precedente.

— Venga a controllare — insisto.

— È tutto come ieri — mi dice, mentre si avvicina ai monitor — È tutto come ie….

Alza la testa e mi guarda incredula.

— Vado a chiamare il dottore.

Io ti resto vicina e continuo a parlarti di Ettore. Apri gli occhi e mi fissi.

Sorrido.

Non mi riconosci. Non ancora.

Avremo tutto il tempo per parlare di lui.

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