L'ulivo secolare

Era quasi bello come il nome di un fiore, di una fata dei boschi, di una farfalla.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 30 novembre 2019
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. © Immagine tratta dal web

Con le sue radici nodose, come le mani di un vecchio saggio, il grande ulivo si spingeva sino al cuore della terra.

Rossa più del fuoco, più del sangue, più della passione.

Aveva attraversato secoli di vita, aveva visto cavalieri che si erano riposati sotto le sue fronde. Soldati, avventurieri, briganti e contadini. Anche un re con la sua regina. Ma quella era una storia intima e antica. Preferiva tenerla per se.

Aveva infinite altre storie da raccontare, infiniti altri giorni arsi dal sole o battuti dalla pioggia, anni di frutti copiosi e anni di magra, baci rubati e scazzottate, i canti durante la raccolta e i silenzi della sera, il sudore e la stanchezza, l’amicizia e la rabbia, il sonno di alcuni con le spalle appoggiate al suo tronco, un sonno breve tra una fatica e un’altra. E i sogni a occhi aperti, i desideri, le fantasie, le idee, i progetti.

Aveva infinite storie da raccontare a generazioni di giovani ulivi che aveva visto nascere e che ora costituivano la sua grande famiglia.

Lui era lì, stabile come una roccia, con il suo tronco maestoso avvinghiato su se stesso eppure aperto per accogliere in un abbraccio , come un padre accoglie un figlio. I rami ombrosi si protendevano in tutte le direzioni per includere e accarezzare i nuovi nati, i fusti giovani e ribelli, ma anche i tronchi vecchi quasi quanto lui e i ceppi scarniti di quelli che non ce l’avevano fatta a superare le insidie del tempo.

Era il patriarca, il simbolo della forza e della saggezza, della continuità della vita. Era la speranza per la moltitudine di ulivi piantati oltre i muretti a secco, per quella terra povera di prospettive, per l’olivicoltore che viveva dei suoi frutti, per le nobili tradizioni che si rinnovano ogni giorno sulle tavole, quelle della cucina povera e quella dei grandi chef.

Quando la “sputacchina” arrivò, sembrava inoffensiva come tanti altri insetti che si erano posati sui suoi rami e sulle sue foglie, quegli insetti utili e laboriosi che avevano portato il polline con le loro zampette. E invece portava con se un nemico mortale.

Iniziò a morire poco alla volta. Le foglie appassirono sui rami e li lasciarono spogli e ossuti, il tronco si svuotò, si rinsecchì su se stesso. Prima di morire lesse negli occhi dell’uomo, che aveva cura di lui, la disperazione per non essere riuscito a salvarlo e ne raccolse le lacrime che scivolarono tra le screpolature del tronco agonizzante.

Pregò affinché quell’infezione che gli aveva succhiato la vita non si propagasse anche alla sua famiglia, ai giovani alberi protesi verso il futuro.

L’ultima parola che sentì, mentre un pennello gli dipingeva una croce rossa sul tronco fu il nome della malattia che lo aveva annientato. Era quasi bello, come il nome di un fiore, di una fata dei boschi, di una farfalla.

Quando la ruspa arrivò insieme alle motoseghe lui non c’era più.

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