Mariposas (Farfalle)

Ogni giorno nel mondo vengono uccise 137 donne da un marito, un fidanzato o un membro della propria famiglia

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 23 novembre 2019
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. © Immagine tratta dal web



Sofia ha chiuso a chiave la porta di casa ed è uscita.Con passo veloce si avvia per le strade della città. È in ritardo.

Indossa un abito arancione che squarcia il grigio di questa giornata di novembre. E il suo abito arancione è una denuncia.

Nina raggomitolata all’angolo tra la finestra e l’armadio ha smesso di piangere. Con i suoi occhi vuoti guarda la sua anima sospesa nella stanza. E l’ascolta.

— Non ce la faccio più — le dice, — non ce la faccio più a stare con te.

Non si fa domande Nina. Non ha risposte. Non ha neanche la forza di dirle “non andare”.

Il corpo le fa male, la fibbia della cinghia che l’ha colpita le ha strappato lembi di pelle e ora sanguina. Gocce rosse come chicchi di melagrana sporcano il pavimento di marmo bianco. Con l’angolo della gonna cerca di cancellarle.

Letizia è quasi arrivata in piazza. Porta sotto il braccio il libro di Simone de Beauvoir. Ottocentotrentatre pagine di storia minore. Quella delle donne. “ Il secondo sesso”.

Intorno al collo una sciarpa arancione e la sua sciarpa arancione è una speranza.

Perché la certezza Letizia non ce l’ha.

Si interroga sul destino della donna, un destino condizionato dalla sua natura biologica. Il mistero della procreazione l’ha imprigionata nella sua funzione. L’uomo ha creato per lei un regno “femminile”, regno della vita e dell’immanenza, contrapposto all’universo maschile della trascendenza, che persegue il bisogno di evadere il suo destino specifico, preferendo alla vita le ragioni di vivere.

Intanto Nina tra la finestra e l’armadio sta fissando un nastro arancione attaccato con uno spillo sulla sua giacca.

— Guardami! — le urla l’anima — devi fare qualcosa, non puoi andare avanti così. Prima o poi ti ucciderà.

Deve aver battuto la testa perché tutto le sembra confuso.

— Mi ama. — dice.

— Se veramente ti amasse non ti avrebbe conciata così.

— Sono io che lo faccio arrabbiare.

Gli occhi le si chiudono su quelle ultime parole e non sente ciò che la sua anima ha da dirle. Non sente neanche il cellulare che squilla. Il suo respiro diventa sempre più lento e quasi non avverte più dolore. Il sonno la libera.

— Nina non risponde, eppure dovrebbe essere già qui. — dice Sofia, mentre le arrivano frammenti di conversazione alle sue spalle.

— … Da sempre sfruttata, abusata, sottomessa al suo padrone, fosse il padre o il marito. La donna ha dovuto attendere secoli perché qualcosa cambiasse.

Si volta e vede Camilla circondata da un gruppo di attiviste. Indossa una camicia arancione e la sua camicia arancione è una ribellione.

— Ciò che ci ha consentito di liberarci è stata la tecnologia. Sollevate dai lavori gravosi, che la gestione di una casa e di una famiglia richiede, abbiamo colto l’opportunità di affermare il nostro esistere.

Letizia appena arrivata si inserisce nella conversazione

— Il punto di svolta è stato il sessantotto: una ribellione nella ribellione. — dice, poi rivolta a Camilla: — Tieni ti ho portato il libro che mi hai chiesto.

— Una ribellione nella ribellione che ancora non è terminata. In molti posti della terra ci sono ancora schiave senza diritti, prigioniere senza voce, donne cancellate, sottoposte alla pratica dell’infibulazione, date in sposa in cambio di un cavallo.

È stata una ragazza a parlare, anche lei appena giunta per la manifestazione. Si chiama Aisha, ha la pelle nera e i lunghi capelli crespi trattenuti in un turbante arancione e quel turbante arancione è una testimonianza.

—Sapete perché oggi? Perché il 25 novembre?

— Le Mariposas — dice Sofia

— Sì, le Mariposas. Quello era il nome in codice delle sorelle Mirabal, uccise perché si opponevano al regime dittatoriale di Trujillo. — aggiunge Letizia.

Noi siamo Mariposas. Siamo farfalle. Con le nostre ali colorate voliamo indomite in cieli che non ci sono stati dati e lo colmiamo di bellezza, tenaci sfidiamo il tempo breve che ci è stato concesso e aneliamo con tutte noi stesse a essere riconosciute. Uguali, non di più, non di meno.

Qualcuno bussa alla porta di Nina

Quel suono le giunge ovattato, lontano.

Bussa ancora.

Faticosamente si solleva e va ad aprire. Una parte di lei rimane nella stanza.

Oscilla tra un muro e l’altro del corridoio. Sente due voci dietro la porta.

— Non c’è nessuno. — dice la prima.

— Dev’essere stata una falsa segnalazione. — dice la seconda.

Nina raccoglie tutto il fiato che le è rimasto.

— Aiuto!

— Signora apra, siamo della polizia.

— Apra!

Ma la porta resta chiusa.

Una spallata e i poliziotti entrano in casa. Sembra vuota. La tavola in cucina è ancora apparecchiata. C’è un piatto di minestra rovesciato sul pavimento, cocci di ceramica, una sedia capovolta e gocce di sangue che tracciano una pista. La camera da letto. All’angolo tra la finestra e il muro il corpo di Nina.

Ancora respira.

La piazza ormai è gremita di donne. Anche Martina, che è sempre in ritardo, è arrivata.

Lei di arancione ha la borsa e quella borsa arancione è un’appartenenza.

—Qualcuno ha visto Nina? — domanda.


Ogni giorno nel mondo vengono uccise 137 donne da un marito, un fidanzato o un membro della propria famiglia.

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