Un libro ci salverà

Salverà ognuno di noi dalla solitudine, dalla noia, dal torpore, dall'infelicità.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 16 novembre 2019
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. © Immagine tratta dal web

Era fermo sul pianerottolo, davanti alla sua porta. Sembrava che lo stesse aspettando.

— Buongiorno Stefano.

— Buongiorno Professore.

— Ti ho portato un libro. Un libro che parla di te.

Stefano rise, sarcastico.

— Hanno scritto un libro su di me e io non ne so nulla.

— Ci sono libri che ti appartengono anche se tu ancora non lo sai, parlano di te anche se l’autore si trova dall’altra parte del mondo o del tempo e anche se non ti ha mai visto né sa della tua esistenza racconta la tua storia, proprio la tua storia e il tuo modo di vedere la vita. Narra le tue esperienze felici, ma anche i tuoi dolori e le tue sconfitte. E mostra la tua rabbia, quella rabbia che ti fa battere i pugni sul tavolo o contro il muro e la tua fragilità, quella che non riveli a nessuno.

Stefano si tolse dalla faccia il suo sorriso beffardo e si domandò se per caso il professore avesse sentito la sera prima il pugno che lui aveva dato sul muro. Aveva anche pianto, ma gli uomini non piangono. Forse aveva sentito anche quello attraverso la parete sottile che divideva le loro case?

E ammesso che avesse sentito, perché quella mattina si era preso la briga di aspettarlo sul pianerottolo con un libro? Cosa aveva da spartire l’anziano professore di lettere con lui a parte il buongiorno o il buonasera che si scambiavano sulle scale?

— Sai, non ho alcuna simpatia per te, sempre così respingente, così freddo. Però, a differenza di molti, so guardare oltre e lo so fare grazie ai libri, agli innumerevoli libri che ho letto nella mia vita. Mio malgrado so cosa ti sta accadendo, le nostre pareti sono così sottili. Questo libro è il mio modo di aiutarti. Non risolverà tutti i tuoi problemi, non cambierà la tua situazione economica e non ti renderà neanche più simpatico. Ma so che ti servirà.

Gli porse il libro.

Stefano lo rigirò tra le mani, poi glielo restituì.

— Mi scusi ho da fare, non capisco perché si occupi dei fatti che non la riguardano.

Prese le chiavi dalla tasca della giacca e aprì la porta di casa. Ma quello continuò:

— Ci sono libri che non si leggono ad alta voce, libri intimi da leggere nel silenzio di una stanza, libri in cui entrare e ritrovare se stessi. Libri in cui ci può capitare di trovare le parole che abbiamo sempre cercato per descrivere un modo in cui ci siamo sentiti, oppure una riflessione che abbiamo fatto mille volte, ma che non siamo mai riusciti a esprimere compiutamente.

Ci sono libri che ci fanno sentire il profumo di un fiore, dell’erba appena tagliata al mattino, del mare che si infrange sulla battigia sollevando corpuscoli di sale. E il profumo della montagna d’inverno che ci ghiaccia le narici.

Ci sono... sì, ci sono libri che ci fanno venire l’acquolina in bocca per un gelato mangiato con un amico o con una ragazza, un gelato panna e cioccolato che si squaglia sotto il sole e sporca le mani e il cuore di felicità. Oppure ci fanno sentire il sapore delle madeleine, un sapore nostalgico di infanzia, di un tempo che non c’è più.

E lo so che mi sto ripetendo in modo oltraggioso, ma ci sono libri che ci fanno provare l’emozione di un bacio, quello dato senza saper baciare, con timore, con sorpresa e con tanto turbamento. Il turbamento di tutte le prime volte.

Un libro ci salverà.Salverà ognuno di noi dalla solitudine, dalla noia, dal torpore, dall’infelicità. Per questo ti ho portato un libro. Magari ne possiamo palare davanti a una buona tazza di caffè.

Stefano lo guardava attraverso la porta socchiusa.

— Mi dispiace— disse — ma i libri non sono per me.

E chiuse la porta.

Il vecchio professore e il suo libro rimasero sul pianerottolo

Stefano, con le spalle poggiate alla porta guardò la sua casa vuota.

Il silenzio rimbombò nelle stanze, o forse era il suo cuore, corse verso di lui e con un balzo gli fu addosso, gli conficcò i suoi artigli in gola e gli impedì di respirare.

Andò in cucina a bere un bicchiere d’acqua, deglutì, l’aria tornò ,ma lo assalì un senso di distacco, di separazione dalla vita, di abbandono. Poi sarebbe arrivata la rabbia, la stessa che la sera prima gli aveva fatto sferrare il pugno contro il muro.

Tornò sul pianerottolo e andò a bussare alla porta del professore.

Sentì i passi lenti e strascicati del suo vicino, gli scatti del chiavistello, il cigolio dei cardini.

La porta si aprì. Stefano abbozzò un sorriso.

— Sono venuto perché mi parli del libro, quello che vuole farmi leggere.

—Accomodati in salotto, il libro è sul tavolino, puoi cominciare a sfogliarlo mentre preparo il caffè.

Quando il professore tornò con le tazzine, lo zucchero e la macchinetta del caffè da cui fuoriusciva un profumo intenso e caldo, Stefano aveva cominciato a leggere la quarta di copertina.

— Sono contento che tu abbia cambiato idea — disse — quanto zucchero?

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