La Donna Invisibile

A tutte le "donne invisibili" che affrontano grandi prove

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 02 novembre 2019
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. © Immagine tratta dal web

— Pronto?

Ogni volta che squilla il telefono e nessuno dall’altra parte risponde, rivivo quella notte.

Era già pomeriggio inoltrato quando erano andati a pescare al lago. Aveva detto che c’era un posto oltre il bosco.

Un posto dove un padre e un figlio potevano parlare.

Avevo fatto di tutto affinché non andassero, anche litigato.

— Voglio stare con lui, pescare e parlare. Cose da uomini.

— È solo un bambino!

Non mi aveva neanche risposto.

— Chi sono io? La donna invisibile? — gli avevo urlato.

— Tu neanche immagini i poteri della Donna Invisibile— aveva detto.

— Papà chi è il più forte dei supereroi? — aveva domandato il figlio mentre si allontanavano.

Dal momento in cui avevano messo piede fuori di casa avevo cominciato ad aspettare il loro ritorno.

Il loro ritorno.

Il loro ritorno.

Quando l’orologio in cucina scandì le nove, il tempo smise di essere muto. Si riempì dei miei battiti accelerati, della mia paura, di voci che mi facevano domande.

— Ha detto che c’è un posto oltre il bosco, ma io non so dove sia — dissi alla polizia. Volevo andare con loro.

— È meglio che li aspetti a casa.

Rimasi per ore a fissare il telefono sul mobile all’ingresso, in attesa.

Poi sentii la voce del padre provenire dal soggiorno. Sul divano, lui e il figlio sfogliavano alcuni fumetti della Marvel.

— Mi avete fatta preoccupare — dissi — quando siete rientrati?

Continuarono a parlare di Hulk, Capitan America, Wonder Woman.

Ero spaventata, smarrita, adirata. Poi udii la mia voce provenire dalla cucina,

— Venite, il pranzo si fredda!

e compresi di essere dentro un’allucinazione.

Mi rifugiai in camera da letto. Vidi il padre all’alba che si alzava e mi baciava sulle labbra mentre io continuavo a dormire, il figlio che prendeva il suo posto nel lettone, vidi i nostri litigi, i nostri segreti, le nostre paure. Ma anche la nostra felicità sino a quel pomeriggio, quando mi aveva detto della sua malattia. E che aveva bisogno di tempo da vivere con il figlio.

— Voglio che non si dimentichi di suo padre!

“Li ritroveranno vedrai” dissi a me stessa.

"Sì, li ritroveranno" risposi, tutto andrà bene, basta crederci.

Era stato in quel momento che il telefono aveva cominciato a squillare.

— Pronto?

Ma nessuno aveva risposto, solo un indistinto rumore di sottofondo.

E la mia angoscia.

Quando squillò nuovamente era quasi l'alba.

— Li abbiamo trovati!

In ospedale mio figlio mi venne incontro. Era avvolto in una coperta ma stava bene.

— Papà ha chiuso gli occhi— disse — e io non riuscivo a svegliarlo.

Mi parve, d’un tratto, che fosse diventato grande.

Chiesi del padre. Riuscii solo a stringergli la mano mentre lo portavano in sala operatoria.

Del tempo che seguì serbo solo frammenti, come pezzi di una vecchia foto strappata: lui prima dell’intervento, la volta che smise di respirare e quella in cui non volle farsi vedere dal figlio. Nitida è soltanto la paura che non mi ha più abbandonata, neanche quando mi hanno detto che ce l’avrebbe fatta, neanche ora che sono passati venti anni.

Il telefono ha squillato.

— Pronto?

Nessuna risposta. Accasciata sulla sedia della cucina ho pensato che quella lunga notte non è ancora finita.

— Lo so, lo so, si è scaricato il cellulare — ha detto mio figlio entrando.

— Come sta? — gli ho chiesto.

— Mamma, sono solo controlli! Papà ci aspetta in macchina. Ora ce ne andiamo tutti e tre a mangiare una pizza.

Mi ha guardata e ha aggiunto, —Tu sai chi è il più forte dei supereroi?

— No, non lo so.

— L’ho domandato a papà quel pomeriggio quando andammo a pescare al lago. Pensavo che avrebbe detto Thor, Hulk, oppure Mr. Fantastic e invece…

— E invece?

— È Susan Storm, mamma, la Donna Invisibile, è lei la più forte dei supereroi!

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