In guerra

Non c'è gusto a giocare alla pace

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 26 ottobre 2019
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. © Immagine tratta dal web

C’era una volta una torta profumata appena sfornata.

C’è sempre una torta appena sfornata.

Ma ora davanti alla torta ci sono cinque bambini.

Il primo è bello paffuto, ha le gote rosse e un grande ciuffo di capelli biondi che gli cade sulla fronte e che spesso il vento gli scompiglia.

Si chiama Donald. E gli piace fare il bullo.

Donald ha giocato fino ad ora con un altro bambino, che ha i capelli rossi e le lentiggini, frutto di mescolanza di tratti somatici non propriamente arabi. Infatti si tratta di un bambino curdo che chiameremo Osman.

Ma potrebbe essere anche una bambina. In tal caso si chiamerebbe Asya.

Hanno giocato con i soldatini, i carri armati e i pozzi di petrolio. Donald ha dato gli ordini mentre Osman ha schierato i suoi soldati con il rischio di vederli cadere al primo colpo.

Anche nel gioco delle alleanze si sa che c'è sempre un equilibrio impari.

Quando Donald si è ricordato di non aver fatto i compiti per il giorno dopo, ha preso quasi tutti i suoi soldatini e i suoi carri armati e li ha riportati a casa.

- Ti lascio qualche soldatino davanti ai pozzi di petrolio, così quando torno riprendiamo a giocare.- ha detto, riservandosi un diritto di prelazione sul gioco giocato nel giardino di Osman.

Il quale c’è rimasto male, perché aveva riposto tutta la sua fiducia in Donald e aveva sperato di diventare suo amico e, magari, di essere protetto da lui contro un altro bullo di quartiere.

Un bullo grande e grosso che ha una lunga storia di finta amicizia e di veri sgambetti, se sgambetti li vogliamo chiamare tutti i tradimenti fatti al popolo curdo.

Si chiama Erdogan e non vuole giocare con Osman, anzi vuole che questo ragazzetto dai capelli rossi se ne vada, in modo da non essere infastidito dai suoi giochi.

-Questo è mio!

dice Erdogan allargando le braccia e stendendosi con tutto il busto anche sul giardino di Osman.

Si sa come sono i bambini!

Hanno questa smania del possesso, del loro spazio, dei loro confini senza preoccuparsi dello spazio e dei confini degli altri.

Ma il nostro comincia anche a buttare le pietre affinché il ragazzino curdo se ne vada.

Ora, dall’altro lato della strada ci sono dei bambini che giocano, intenti anche loro a farsi sgambetti. Quando si accorgono delle pietre si fermano e cominciano a dire: «Ma sei scemo? Non si buttano le pietre. Se non smetti immediatamente non ti faremo più giocare con i nostri giocattoli».

Sai quanto se ne frega Erdogan di quello che dice il gruppetto, che comunque resterà solo a guardare preso com’è dal risolvere le proprie beghe.

Intanto la torta comincia a raffreddarsi. Tra un po’ si potranno tagliare delle belle fette e Donald ed Erdogan cominciano ad essere impazienti. Ma anche il bambino siriano Assad, con il suo amico Vladimir reclamano la loro fetta. Anzi reclamano la fetta più grande perché quella torta è fatta con la farina del loro campo di grano.

Al bambino dai capelli rossi non sarà dato niente, non conoscerà mai il sapore dolce della vittoria. È destinato a perdere.

Forse gli sarà concesso di assaggiare le briciole che resteranno sul piatto quando la torta verrà tagliata.

E sarà solo grazie ad Assad e a Vladimir che potrà farlo.

E non dovrà dimenticare di ringraziarli.

Perché sino ad ora ha sbagliato a scegliersi gli amici.

Donald prima o poi si riprenderà gli ultimi soldatini rimasti davanti ai pozzi di petrolio e tornerà a casa con la sua fetta di torta.

O forse no.

Forse resterà a presidiare quell' angolo del giardino.

Perché non c'è gusto a giocare alla pace.

E perché c’è sempre un nuova guerra a cui giocare. Una specie di Risiko giocato a tavolino, dove non tutti i giocatori sono visibili. .

In prima linea ci vanno solo quelli che ci devono andare, quelli che credono alla storia che gli viene raccontata e se non ci credono ci vanno lo stesso perché sono soldati.

E, anche se non riusciamo a prescindere dal nostro bisogno di schierarci, è inutile cercare di capire chi sono i buoni e chi i cattivi.

Buoni, cattivi, i bambini sono tutti uguali: spietati in base alla loro opportunità di esserlo.

Certo, il più mingherlino è sempre quello che se la passa peggio e si mette al seguito e al servizio di chi ritiene il più forte per avere il suo spazio.

C’è sempre un prezzo da pagare quando sei mingherlino.

Ma se fosse grande e grosso farebbe esattamente come gli altri bambini: reclamerebbe a gran voce il suo pezzo di torta e, a dire il vero, qualche volta lo ha fatto, ma quando lo ha fatto si è preso un sacco di calci nel culo.

Questa storia è troppo complicata.

Popolo senza lingua, Nazione senza stato, uomini a cui si è tolto il proprio nome, la propria identità, il diritto di esserci. Etnia da cancellare.

Questa storia è troppo complicata

Per cercare di capirla l'ho semplificata, l'ho scarnificata, l'ho ridotta all'osso. Un giorno, al parco, mentre vedevo dei bambini giocare alla guerra.

Che poi perché i bambini giocano alla guerra?

Questa storia è anche troppo complicata da raccontare e io non so raccontarla diversamente.

A volte abbiamo una grande confusione in testa e non sappiamo con chi schierarci, da che parte stare, perché ognuno di noi possiede solo un frammento del tutto, certo che quel frammento sia il tutto.

C’era una volta, c’è ancora e ci sarà sempre, da qualche parte, una torta profumata da tagliare a fette.

E un bambino a cui toccheranno solo le briciole.

O forse neanche quelle.

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