Donne! È arrivato l'arrotino

Donne! È arrivato l'arrotino

Mi aspettavate vero? Sono qui per risolvere tutti i vostri problemi.

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 19 ottobre 2019
.
. © Immagine tratta dal web

-Donne! È arrivato l’arrotino. Ripara ombrelli, cucine a gas, coltelli. Se avete fornelli da riparare l’arrotino li sistema. Abbiamo tutti i pezzi di ricambio per tutte le cucine a gas. Affiliamo le lame dei vostri coltelli, ripariamo gli ombrelli rotti. Donne! È arrivato l’arrotino.

Me ne sto a sfaccendare per casa quando sento questo richiamo e a un tratto ritorno bambina.

L’arrotino passava per strada tirando una bicicletta con sopra una mola di pietra e io, seduta al gradino della nostra casa al piano terra, giocavo “alla mamma”, oppure correvo per strada con altri bambini. Abitavamo in una stradina del centro dove le poche auto, allora in circolazione, non si addentravano. Mia madre si affacciava all’uscio con dei coltelli in mano e l’arrotino cominciava ad affilarli uno a uno.

Seminascosta dietro la sua gonna, guardavo piccoli lampi di luce liberarsi dallo stridio tra la mola e il coltello. Mi sembrava un po’ Natale e un po’ Capodanno, quando la mamma mi accendeva le stelle filanti e mi raccomandava di stare attenta alle scintille.

Ogni volta l’arrotino era sempre diverso eppure sempre uguale: cloni di arrotino che venivano da tanti paesi diversi, non so quanto distanti. Tutti magri, con una vecchia giacca che indossavano in ogni stagione e un cappello in testa.

Parlavano un’altra lingua.

Non erano le parole a essere differenti, ma il modo di pronunciarle, di fermarsi con l’accento in un punto anziché in un altro, di omettere qualche vocale o qualche consonante, oppure di comprimerle fino a farle diventare un suono gutturale. Ecco,era il ritmo a essere sempre difforme, inconsueto, come le note di un identico spartito suonate seguendo insoliti tempi musicali.

- Donne! È arrivato l’arrotino.

È come la musica del pifferaio magico.

Senza pensarci su, agguanto un paio di coltelli e scendo di corsa le scale per fare un salto indietro nel tempo.

Apro il portone, ma l'arrotino non c'è . “Chissà dove sarà ora”, mi chiedo mentre la sua voce mi giunge già lontana. Decido di raggiungerlo. Corro, svolto l’angolo, una station wagon in fondo alla via sta imboccando una strada laterale. Sul tetto un megafono da cui si spande virile:

- Donne! È arrivato l’arrotino.

Con quel punto esclamativo subito dopo donne, sembra che dica: - Mi aspettavate vero? Sono qui per risolvere tutti i vostri problemi.

Continuo a correre, arrivo all’inizio della strada in pendio ma la station wagon non c’è. Avrà girato a destra o a sinistra? Decido di affrontare la discesa. Le altre volte ho desistito per la salita che mi sarebbe toccata dopo. Il richiamo dell’arrotino è sempre più flebile, ma la strada su cui ha svoltato è ampia e lunga. Io lo vedrò, lui si fermerà e finalmente affilerà i miei coltelli e i miei ricordi.

E invece è scomparso.

Scompare ogni volta.

Come un fantasma.

Ho il fiatone e ora devo anche affrontare la salita e tutto il resto della strada.

La percorro lentamente, domandandomi perché l'arrotino passi a gran voce tra le vie della città senza mai fermarsi, senza mai aspettare.

Mi viene il dubbio che esista solo nella mia mente, che sia proprio io a farlo materializzare, a richiamarlo in questo presente con la nostalgia.

Più passa il tempo e più mi convinco che la mia sia una suggestione, la materializzazione di un’idea, un ologramma mentale, un' illusione creata dalla memoria, una visione, un miraggio, una stravaganza dell’estro.

Oppure potrebbe essersi creata nella dimensione spazio-tempo una microscopica fessura da cui l’arrotino sia riuscito a fuggire.

Spesso ho la sensazione di essere su un palcoscenico a mia insaputa, come nel film The Truman show, dove l’attrezzista ha dimenticato di eliminare dalla scena la vecchia bicicletta con la mola, il tecnico del suono non ha tagliato dalla traccia audio la voce dell’arrotino e lo sceneggiatore ha riscritto, a metà libro, una delle prime pagine. Una specie di refuso, di sbavatura nel copione della vita.


Seduta sul gradino di pietra di una piccola casa in centro, non ho fatto in tempo a fermare l’arrotino.

Gli altri bambini non sono scesi per strada e io sto giocando a fare la mamma.

Sto lì a immaginare il futuro nella mia bella casa al secondo piano.

Preparo il pranzo, ho già apparecchiato la tavola con i miei piccoli piatti di porcellana, quelli che mi ha regalato la nonna per la Befana.

Canto, la mamma canta sempre mentre sfaccenda per casa.

Canto una canzone che non c’è mentre cerco di tagliare un pomodoro che non ho con un bastoncino come fosse un coltello.

Un coltello che non taglia.

Ma quando passa l’arrotino?

.

Lascia il tuo commento
commenti