Sulle punte

La danza non finisce mai

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 05 ottobre 2019
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. © Immagine tratta dal web

Quando era iniziata non avrebbe saputo dirlo. Quella passione per la danza che la faceva star bene anche quando niente andava bene.

Se ci pensava riusciva a risalire fino al primo girotondo che aveva fatto da bambina. In fondo era una danza anche quella: cantare una canzoncina e girare in cerchio, prima verso destra, poi verso sinistra, uscire dalla fila per il tocco di una mano sulla spalla e lanciarsi in una corsa per ritornare nel cerchio dall’altro lato.

Sì, se ci pensava quella era stata la sua prima danza. O forse no, forse c’era qualcosa di precedente, qualcosa che lei non riusciva a ricordare ma faceva parte della sua vita.

Un giorno aveva visto una donna camminare avanti e indietro e cullare il suo bambino per acquietarlo. E quel giorno aveva pensato di aver capito. C’era, in quell’ abbraccio, il movimento ritmico del dondolio a cui si univano i cambi di direzione: i passi in avanti e quelli indietro, a volte anche quelli di lato. C’era il contatto con il corpo caldo della madre, con il suo battito, con la sua voce che viaggiava sulle note di una ninna nanna. E c’era il suo sorriso.

Ormai ne era convinta, la danza rappresentava un ritorno caldo, rassicurante, a un abbraccio.

Per questo danzare la faceva star bene. Il ritmo la faceva star bene, prima ancora della melodia. Il ritmo la costringeva a essere in quello che faceva, le chiedeva di muoversi, di seguirlo, di lasciarsi andare, senza annullarsi. Poi arrivava la melodia e il suo corpo iniziava a disegnare la musica nell’aria.

Ma ancora andava alla ricerca del momento in cui tutto aveva avuto inizio.

— Chissà perché, proprio ora, mi faccio questa domanda— aveva detto a sua sorella, quel pomeriggio.

Si erano ritrovate entrambe, come per caso, sulla terrazza della casa di famiglia, quella che i loro genitori gli avevano lasciato e che loro avevano mantenuto così com’era.

Nives l’aveva guardata.

— È capitato anche a me di interrogarmi su tante cose, sulle mie scelte, su cosa ho avuto e cosa ho dato, su quello che amo e perché lo amo. A volte ho preteso di capire, ma forse sono stata in grado solo di sentire. E ciò che ho sentito è stata la gioia. Siamo state due bambine fortunate, siamo state amate e siamo state felici. E la felicità ci ha rese forti.

Le aveva teso la mano davanti a un orizzonte ampio preceduto da tetti bassi, da qualche chioma verde che faceva capolino tra le case e dal campanile della chiesa madre dopo il quale l’azzurro si lanciava libero sino alla linea del tramonto. Helene aveva stretto la mano di sua sorella, aveva chiuso gli occhi e aveva visto, incastrati tra le palpebre, fotogrammi della sua vita proiettati dalla memoria come spezzoni di uno stesso film.

Aveva visto quella volta che volteggiando per la casa, sulle note di una musica interiore, aveva rotto il vaso di limoges regalato dalla zia Yvette per il matrimonio dei suoi genitori. Aveva visto sua madre che la rimproverava e lei, con la testa bassa, chiederle di frequentare la scuola di danza. E sempre lei domandare alla sua insegnante:

Quando potrò mettere le punte?

Aveva visto tutti gli allenamenti, le flessioni, gli appoggi, le rotazioni, gli slanci e la fatica. Gli esercizi al centro e quelli alla sbarra, i passi, le pose e la fatica. Soprattutto la fatica. I piedi arrossati, le vesciche, la schiena dolorante. Le lezioni private, i salti, le spinte, gli atterraggi. E ancora la fatica. I recital, La prima volta sul palcoscenico, le audizioni, il ruolo di prima ballerina, il successo.

Tutto era stato così faticoso, compreso le invidie e gli antagonismi, ma mai aveva pensato di rinunciare. La sua passione era stata più forte di qualsiasi fatica, di qualsiasi delusione o frustrazione. E quando ballava la felicità entrava nel suo corpo esile e allo stesso tempo forte, prendeva la sua anima e la metteva in contatto con l’universo, con il suo caos e la sua armonia.

Helene la chiamava la felicità assoluta.

Ora tutto questo stava per finire, non avrebbe più danzato sulle punte, i suoi piedi non glielo avrebbero permesso. Una lacrima le scivolò sulla guancia, la raccolse tra le dita cercando di non farsi vedere da Nives.

Sua sorella entrò in casa e mise sul vecchio giradischi degli anni sessanta un disco. Le note di una Marberga iniziarono a diffondersi nell’aria fresca della sera e giunsero fino alla terrazza, fino a lei.

Nives le si parò davanti e la prese a ballare.

Quella mazurka francese, l’avevano sentita tante volte. Helene rivide suo padre e sua madre, in un tardo pomeriggio d’estate, danzare su quello stesso terrazzo dove ora lei ballava con Nives. Si guardavano negli occhi, felici e innamorati. Nives, di tre anni gli girava attorno e lei di pochi mesi, seduta nella carrozzina, li vedeva volteggiare.

Allora era iniziato il suo amore per la danza!

Sorrise. La felicità era ancora lì.

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