Scomparsa

Scomparsa

Viaggio nella foresta amazzonica

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 07 settembre 2019
.
. © Immagine tratta dal web

Camminavano su un sentiero che non c’era, aperto a colpi di machete da qualche indios che era già passato. La guida gli aveva fatto indossare gli occhiali con le lenti polarizzate e poi li aveva indossati anche lui.

La boscaglia ancora non era particolarmente fitta, dei fiori di eliconia accendevano di arancio le varie gradazioni di verde che coprivano il terreno di muschio, muffe, radici affioranti e foglie in decomposizione. Piante rampicanti si avvinghiavano agli alberi avide di sole. Due tronchi di ebano ancora giovani sembravano colonne doriche poste all’ ingresso della foresta pluviale.Da quel punto in poi si sarebbero inoltrati nell' ombra di liane e di fusti, di chiome e di fronde.

Il visitatore rimase immobile, sopraffatto dalla potenza della natura inviolata e selvaggia.

— È tutto sotto controllo — disse la guida, ma per un attimo la foresta gli girò attorno e si sentì come dentro una centrifuga. Respirò profondamente. L’area ricca di ossigeno gli riempì le narici e i polmoni, sorrise e indicò delle orchidee sedute sui rami di un grande albero.

I loro fiori declinati in tutte le tonalità di rosa, si alimentavano di pioggia e di nebbia.

— Sono bellissime— disse il visitatore e cominciò a camminare con la testa per aria. Ce n’erano di rosse con il cuore giallo e di gialle con il cuore rosso, ce n’erano di screziate e di maculate, di viola e di bianche. Ma sui rami c’erano anche pappagalli verdi, azzurri e gialli, tucani dal becco coloratissimo e uccelli variopinti che spiccavano il volo alla ricerca di cielo o planavano di ritorno da una perlustrazione.

Davanti a un maestoso tronco d’ebano, uno sciamano con un copricapo di piume variopinte e una sporta piena di erbe mediche intonava un canto a un colibrì iridescente sospeso a mezz’ aria.

— Per le popolazioni indigene, il colibrì è un animale sacro— disse la guida, facendo attenzione a non usare i verbi al passato, e si avviò verso il fiume.

In una pozza d’acqua, una piccola macchia gialla spiccava sul verde di una foglia galleggiante e interrompeva la monocromia fucsia dei fiori di ninfea.

— Quella è una rana dorata— disse la guida— è molto velenosa.

Un indios, nudo e scalzo, si avvicinò alla rana e strofinò dei dardi sul suo dorso letale.

Continuarono a dirigersi verso il fiume, i loro passi non affondavano nel fango che sembrava risucchiare ogni cosa.

Quando arrivarono, i fruscii tra le foglie insieme al ronzio degli insetti tacquero e il rumore dell’acqua sovrastò il silenzio.

Lo spazio si aprì all’ azzurro del cielo. Il visitatore pianse.

Lungo la riva alcuni nativi erano intenti a pescare con le loro lance. Un vecchio magro e ossuto spinse la sua imbarcazione in una insenatura e sembrò guardarli come se li rimproverasse di qualcosa. Lo stesso indios che aveva intriso i suoi dardi nel veleno della rana li superò correndo e rientrò nel fitto della boscaglia all ’ inseguimento di una preda.

Si acquattò silenzioso dietro una felce gigante, infilò un dardo nella sua cerbottana, prese la mira e soffiò con forza.

La guida e il visitatore rimasero a guardarlo.

Quando fece ritorno al suo villaggio, l’uomo attraversò un campo strappato alla foresta per coltivare zucche, manioca, legumi e tabacco. Una donna intenta a smuovere il terreno con un attrezzo rudimentale sollevò il capo e lo salutò.

Il villaggio cominciò ad avvicinarsi. La guida e il visitatore videro sette, forse otto capanne, videro le donne intente a preparare il cibo e i vecchi seduti a masticare tabacco. I bambini che si rincorrevano nella radura, furono i primi a scorgere l’uomo che tornava dalla caccia e gli andarono incontro chiassosi e felici.

In quel preciso momento tutto fu ingoiato dal buio.

— Il nostro viaggio è terminato— disse la guida quando si accesero le luci. Le immagini erano scomparse anche se ancora sostavano impresse negli occhi del visitatore. Davanti a lui, ora, le mura bianche e nude di un grande capannone vuoto. Da una serie di diffusori acustici posti a distanza regolare uno dall’ altro continuarono a giungere i suoni della foresta e il grido di un macaco. Poi il silenzio.

Si tolsero gli occhiali che gli avevano consentito di vedere quel vecchio documentario in 3D.

— Come si sente? — domandò la guida. Il visitatore restò in un silenzio attonito.

— E’ successo anche a me la prima volta— disse— e mi succede ancora. Ogni volta. È doloroso essere i custodi di tutta questa bellezza.

— Cosa ne è stato di quegli uomini?—

La guida non rispose.Il visitatore, se era lì, sapeva cosa ne era stato di quegli uomini.

Nessuno arrivava per caso al museo della foresta amazzonica.

L’ultima grande foresta

Scomparsa.

Si avviò verso l'uscita. Alle pareti lungo il corridoio foto e reperti che aveva già esaminato. Si soffermò ancora su un'immagine. Non si potevano scattare foto.

La porta di metallo si aprì automaticamente al suo passaggio.

Fuori ad attenderlo un cielo che non era più azzurro, ma erano in molti a non sapere che lo fosse mai stato.