Liquido come il mare

Liquido come il mare

Dalla vigna alla cantina, la strada del vino

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 14 settembre 2019
.
. © Immagine tratta dal web

Cammino nella vigna. L’aria sembra tremare sotto il sole mentre il tempo come un saltimbanco gioca con i miei ricordi e ritorno bambino.

Mia madre mi tiene per mano.

Un sole selvaggio batte sui muri, sull’ asfalto e sul grande portone della cantina.

Punto i piedi.

Sulla soglia di pietra consumata da scarponi sporchi di terra, dalle ruote dei carri carichi di uva, dai passi degli uomini che la sera vanno a giocare a briscola e a bere un bicchiere di rosso, punto i piedi.

—Non voglio entrare!— dico.

Lei, mi tira dentro a forza.

Lasciamo fuori una luce insolente per entrare in un mondo fatto di ombre.

Ombre di tini da un lato, ombre di sedie impagliate intorno a un vecchio tavolo, dall ’altro.

Sul muro, in fondo, sagome di grandi botti che poco alla volta si fanno più nitide e una piccola brace che avanza nel buio e si consuma.

Un uomo con la coppola in testa e la sigaretta serrata tra le labbra viene verso di noi.

— Che volete?— domanda.

Mia madre estrae dalla borsa una bottiglia.

—Due litri di rosso— risponde. L’uomo le posa uno sguardo avido sui fianchi, sulle gambe e sulla scollatura portandosi la sigaretta da un lato all’ altro della bocca, come se masticasse. Lei comincia a battere nervosa il piede per terra.

— Allora?— dice, —Ci sbrighiamo?

—Ecco qua il vostro vino—, e di nuovo infila i suoi occhietti ispidi nella scollatura di mia madre che diventa tutta rossa.

Paga e con passo veloce mi tira verso l’uscita, mentre quegli occhi appiccicosi le restano incollati al sedere.

È tutta colpa tua!— dice mia madre e con un gesto brusco poggia la bottiglia di vino sul tavolo.

Mio padre prende la bottiglia e si riempie il bicchiere.

—Vuol dire che la prossima volta ci vado io.

—La prossima volta è meglio se vai da tuo padre e gli spieghi perché invece di restare con lui a curare la tua vigna hai preferito il posto fisso.

—Dovevo restare a spaccarmi la schiena per un pugno di fichi?

L’odore pungente del mosto fermenta nei tini.

Il nonno sta travasando il vino e borbotta: — Neanche una bottiglia gli do a quel traditore!

Il traditore è mio padre che entra nella cantina. Io, sulla soglia, punto i piedi.

Resto fuori e guardo le galline che razzolano libere per l’aia, un cane dal pelo rosso che le insegue, la gabbia dei conigli, un gatto grigio sull’ albero che passa di ramo in ramo, una lucertola sul pozzo, il secchio di zinco.

Mi siedo per terra con le spalle poggiate al muro e aspetto.

—Ti va di restare qualche giorno col nonno? — domanda mio padre e sorride. Sorrido anch’ io.

L’alba in campagna ha un profumo di umido, di erba, di legna, di affumicato. Il nonno passa davanti al mio letto in punta di piedi per non svegliarmi. Mi stropiccio gli occhi e dico:

— Voglio venire con te.

— Nella vigna?

— Si nella vigna.

— Quando si alza, il sole picchia.

— Mi metto il cappello.

— Non hai preso da tuo padre! — dice e sorride.

Un anno dopo l’altro, un’estate dopo l’altra, lo seguo tra i filari e infilo i miei passi nelle sue orme.

—Quest’anno vado alla prima media.

—Lo so — risponde senza voltarsi,— tuo padre vuole farti studiare.

Si abbassa e raccoglie un pugno di terra, l’ annusa e poi la sbriciola tra le mani. Mi guarda con gli occhi stretti in una rete di rughe, apre il palmo e dice:

—Però, non ti scordare questa terra, non ti scordare la vigna e la cantina. Non ti scordare la vendemmia, il sudore, la fatica, la brezza, che viene dal mare e questa faccia bruciata dal sole e dal vento.

Si strofina le mani sui pantaloni, stacca un grappolo e me lo porge.

Mi riempio la bocca di acini. Li schiaccio tra i denti

—Mi fai bere il vino?— domando.

Mi guarda incerto.

—Ho undici anni!

Mi prende per mano e mi porta nella cantina.

—Assaggia— dice. — Com’ è?

La bocca si contrae in una smorfia.

Forte!— rispondo.

—È il sole che lo fa essere così forte. Se tuo padre fosse rimasto, con quello che so io e con quello che ha studiato lui, avremmo fatto un vino morbido, profumato. Pensa, un vino in bottiglia con una bella etichetta sopra. Un vino elegante, emozionante… buono.

—Lo faccio io il vino buono, nonno!

Con una mano mi scompiglia i capelli.

—Adesso pensa a studiare, poi si vedrà.

Cammino nella vigna. I miei passi nelle tue orme. L’aria sembra tremare sotto il sole. È una giornata calda, come tante altre giornate calde della mia vita legate

all'uva, al vino, alla mia infanzia e a te nonno.

Mi aspetti seduto sulla tua vecchia sedia.

Ho qualcosa per te, lo sapevi vero che non erano solo le parole di un bambino.

Stappo la bottiglia.

—Assaggia— dico.

Prendi il calice e lo sollevi tra la luce e i tuoi occhi.

Poi lo avvicini al naso. La senti la brezza del mare? Il calice rotea nelle tue dita. Con un gesto lento lo avvicini alle labbra.

Un sorso.

Lo trattieni tra la lingua e il palato mentre io trattengo la mia impazienza.

—Com’è?

Sollevi lo sguardo, liquido come il mare, limpido come questo vino che si scioglie sulla tua guancia. E più di mille parole, mi basta il tuo sorriso.

Altri articoli
Gli articoli più letti