parole

parole

Le parole come cultura, come mentalità aperta, come pensiero autonomo, come individuo libero

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 24 agosto 2019
.
. © Immagine tratta dal web

Oggi ho pensato a quante parole non conosco, a quante mi passano accanto senza che io le comprenda pienamente, parole che sembrano avere lo stesso significato delle altre e che invece sono diverse per una lieve sfumatura, per una nuance appena più chiara o più scura di colore.

Cerco una parola e i suoi sinonimi, sinonimi che non dicono la stessa cosa, che giunti al bivio prendono ognuno una direzione diversa e li esamino, li soppeso, in modo da sapere quale utilizzare quando voglio dire una cosa che voglio dire.

Ho pensato a tutte le parole che mi vengono dette per cortesia, per buona educazione o per ipocrisia, parole apparentemente gentili che nascondono una lama dentro il manico e parole violente che occultano la paura, la fragilità. Parole trasparenti, parole ambigue, pesanti come macigni, leggere come piume.

Sono innamorato, ti amo, ti voglio bene, mi piaci. Non hanno lo stesso valore eppure a volte accettiamo un fiore di cardo come se fosse una rosa.

Ho pensato a quante parole non so usare e a quante parole devo ancora imparare. Nonostante ciò ho sperimentato tutto il mio bagaglio di parole con chi ne possiede solo una manciata e con le mie parole l’ho spinto nell’angolo e mi sono appropriato di una ragione che non ho.

E dopo aver scoperto la forza delle parole, capaci di diventare tuono e tempesta, di essere cascata che sbatte sulle rocce e si solleva in una nuvola di vapore, medicina che lenisce le ferite o arma che colpisce dritto al cuore, ho pensato a tutte le parole che scorrono su un giornale o si accomodano in un libro. E ho capito che un giornale non basta, un libro non basta, un like su una pagina facebook non basta, non basta solo un punto di vista, un mono pensiero ripiegato su se stesso.

Quindi leggo.

Leggo più libri e più giornali per conoscere bene le parole e per comprendere i pensieri di chi racconta una storia, ascoltare più voci, più versioni, per scovare qualcosa che assomigli alla verità e ragionare con la mia testa e con le parole che ho nella mia testa, le parole che ho imparato e che continuo a imparare perché quelle che so non bastano a comprendere tutto quello che voglio comprendere.

Ho pensato alle parole alte delle istituzioni e a quelle meno nobili di chi le rappresenta, ho pensato alla marea di parole che la televisione e internet mi scaraventano addosso, ai talk-show, agli outing, allo storytelling, al self-marketing, al self- brand.

Ci sono molte parole nell’etere, parole che circondano il pianeta, che si fanno più grevi o più acute e riverberano un’eco nello spazio, una specie di inquinamento causato da chi pensa di incantarci, come il pifferaio magico, con il suono di parole seducenti e inutili, di ammaliarci con giochi di prestidigitazione che fanno apparire le parole e poi le fanno scomparire per riapparire in un altro tempo e in un altro dove, di stregarci con sortilegi e pozioni di fattucchieri. Le parole sono la strategia di chi cerca il consenso e noi se restiamo senza parole non riusciamo a difenderci.

Le parole sono rabbia se sono povere.

Faccio incetta di parole in ogni luogo per capire, per essere pronto a metabolizzare la valanga di vocaboli, sintagmi, locuzioni che mi arrivano da ogni dove. E le colleziono, le catalogo, le esamino, perché le parole, il significato delle parole, la conoscenza delle parole, sono uno scudo contro la manipolazione.

Le parole sono speranza se ne abbiamo tante da usare.

Parole da conoscere, da interiorizzare, parole come cultura, come mentalità aperta, come pensiero autonomo, come individuo libero. Parole per farmi comprendere, per dire ti voglio bene, ho bisogno di te, non sono d’accordo.

Parole per quelli che ci dicono bugie: — tutte queste fandonie raccontale a un altro!