Romeo

equilibri precari e convivenze difficili

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 10 agosto 2019
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. © Immagine tratta dal web

— Romeoo!

La palpebra si solleva. Apro un occhio.

Tendo l’orecchio. Silenzio.

Deve essere stato un incubo.

Ritorno a dormire.

Me ne sto rilassato sul divano in un caldo pomeriggio d’agosto. La stanza sembra galleggiare sulle onde di luce che dalle persiane abbassate trafiggono il buio. Nora ha dimenticato il condizionatore acceso e io pancia in su faccio l’unica cosa che ho voglia di fare.

Sono solo in questa casa che, quando lei non c’è, si dilata e respira.

Respiro anch’io, finalmente liberato dalla sua voce che si arrotola su stessa in parole senza senso, inutili, fastidiose, in diminutivi e vezzeggiativi anacronistici per uno come me che appartiene a una stirpe maschia di seduttori, di cacciatori e di conquistatori.

E questa femmina mi tratta come un peluche!

C’è stato un tempo in cui l’ho amata, a modo mio ma l’ho amata, e sempre a modo mio posso dire di esserle stato fedele. Lei occupava un posto speciale nel mio cuore, un posto che non avrebbe mai perso se…beh, lasciamo stare. Certo a volte sparivo all’improvviso spinto da un irrefrenabile istinto primordiale su cui la ragione non aveva potere. Esploravo nuove realtà, cercavo nuovi amici e trovavo anche nuovi nemici, correvo dietro a femmine vogliose e disponibili, e vivevo, vivevo esperienze intense, uniche, paradossali, terribili a volte, fantastiche sempre.

Ma ogni volta sono tornato da lei. Sono tornato per lei.

Se ne stava ore e ore affacciata al balcone a scrutare, con lo sguardo perso e un’ansia solida, il giorno, il nostro piccolo giardino, la siepe, la strada oltre il cancello, l’orizzonte, la notte. Attraversavo la strada, mi insinuavo nello spazio minimo tra il cancello e il muretto, rasentavo la siepe e alzavo appena la testa. Un cenno, come se niente fosse, e lei veniva ad aprirmi la porta. Allora la guardavo con gli occhi sgranati e dolci per rassicurarla, per farle capire che lei per me era la sola, l’unica che contasse veramente, poi mi avvicinavo con passo felpato, lento, e le sfioravo la pelle.

— Mi hai fatto preoccupare — diceva e mi accarezzava, ma poi sentiva qualcosa, un odore forse, e mi urlava:

—Va via, sai di sesso!

Allora mi allontanavo e andavo a dormire nell’altra stanza. Un po’ mi dispiaceva lasciarla sola nel grande letto matrimoniale. La immaginavo infelice e triste. Eppure quei momenti mi servivano a scrollarmi di dosso notti psichedeliche, ad archiviare momenti di gioiosa follia , ad assaporare un’ultima volta il piacere che avevo provato, a sedimentare un vissuto fuori dall’ordinarietà e a ritornare a star bene nei miei soliti panni.

Ora, gli unici momenti in cui sto bene sono quelli in cui Nora non c’è. In cui mi libera dalla sua fisicità così onnipresente, dalle sue mani che mi toccano, mi stringono, mi percorrono con carezze non desiderate a cui non riesco a sfuggire. Una sorta di indolenza si è impossessata del mio corpo e della mia mente, una stanchezza cronica che non mi consente di sottrarmi alle sue attenzioni.

Non sono più quello di una volta. Non ho più nessun desiderio.

Ultimamente mi sono lasciato andare, ho perso il mio fisico agile e scattante e sono diventato, mi vergogno a dirlo, una palla di grasso. Ho smesso di cercare i miei compagni d'avventura, ho chiuso con le scorribande notturne e le femmine facili.

Forse ha ragione Nora quando dice che sono depresso.

Romeoo!?

Entrambe le palpebre si sollevano. Allora è rientrata! Meglio che non mi trovi sul divano, dice che glielo lascio sempre pieno di peli.

I miei occhi scrutano la stanza e guardano oltre la grande porta a vetri che da sull’ingresso. Lei è lì.

— Romeo dove sei?

Non è sola. Ancora intorpidito cerco di dileguarmi, di sgattaiolare in qualche posto dove non possa trovarmi. La sua presenza risveglia la mia rabbia sopita e una serie di ricordi senza seguito: una mattina di inizio estate, doveva essere giugno, io e lei dal veterinario e poi nient’altro.

Scendo dal divano, faccio appena in tempo a filarmela nel bagno di servizio. A parte me, non entra mai nessuno nel bagno di servizio. Resto in silenzio. Lei no. La sua voce mi raggiunge attraverso le pareti.

— Dai Romeo, vieni fuori.

Non ci penso nemmeno.

— Peccato — la sento dire, — avrei voluto farti conoscere il mio gatto. E’ un bellissimo persiano dal pelo grigio.

Ma da quando l’ho fatto castrare non è più lo stesso.

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