Moon day

Moon day

La missione dell' Apollo 11 e la maratona RAI

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 20 luglio 2019
Neil Armstrong sulla luna
Neil Armstrong sulla luna © Immagine tratta dal web

In una notte d’estate del 1969, esattamente la notte tra il 20 e il 21 luglio, tutto il mondo guardò la luna. Forse qualcuno la guardò affacciato a un balcone o seduto in riva al mare, mentre cullava il suo bambino o baciava la sua ragazza o, ancora, mentre portava il cane a passeggio. Ma la maggior parte la guardò alla televisione. La guardarono i nonni che non avrebbero mai pensato che quell' avventura si sarebbe potuta compiere e i genitori che avevano sempre qualcosa da dire su una guerra fredda che si era trasformata in una corsa allo spazio, a chi, tra USA e URSS, ce l’aveva più duro, insomma. La guardarono i romantici che temevano di perdere le loro ispirazioni e anche i bambini che, con la fantasia, sulla luna c’erano già stati e tornati mille volte.

Alle diciannove e quarantacinque, minuto più, minuto meno, in Italia era partita la maratona RAI condotta da Tito Stagno. Mia madre era ai fornelli, in cucina, mentre mio fratello Giuseppe giocava, nel soggiorno, con i tasti del televisore cambiando canale in continuazione: da quello nazionale al secondo e poi di nuovo a quello nazionale, denotando già in tempi non sospetti una certa propensione allo zapping. Lei arrivò di corsa dall’ altra stanza asciugandosi le mani al grembiule, gli diede uno scappellotto proprio mentre iniziava la trasmissione sull' allunaggio dell' Apollo 11 e disse: «Lascia sul primo». Poi alzò il volume al massimo per poter ascoltare anche dalla cucina.Le onde sonore erano così forti che ogni volta che il conduttore diceva qualcosa la stanza rimbombava e il portafiori di ceramica azzurra con i manici di oro zecchino, posato sul piano di marmo del buffet, sussultava.

La signora del piano di sotto cominciò a dare colpi sulla parete con una scopa.

Abbassai il volume, raggiunsi mia madre e domandai: «Dove apparecchio?» sperando che avrebbe detto in sala da pranzo, come faceva ogni volta che c’era una trasmissione che le piaceva. Apparecchiai in sala da pranzo perché mia madre era da tempo che aspettava quel momento, esattamente da quando, nel 1961, il presidente degli Stati Uniti aveva detto “Abbiamo deciso di andare sulla luna”. Giuseppe, che di quello che aveva detto Kennedy e anche di quel signore con il riporto e gli occhiali spessi che occupava tutto lo schermo non gliene importava niente, era corso in cortile a giocare a pallone.

Il modulo lunare Eagle si era staccato dall’ astronave madre e aveva iniziato la sua discesa oscillando nello spazio. Sembrava un piccolo ragno sospeso a un filo invisibile. Mio padre arrivò trafelato con quattro fritte, due birre e una bottiglia di coca cola e si fiondò nel soggiorno. «Hanno già toccato la luna?» domandò. « No» rispondemmo io e la mamma. Per mio padre vedere Neil Armstrong camminare sulla luna sembrava una questione di vita o di morte. Ma anche per mia madre sembrava una questione di vita o di morte, tanto che quando mio padre disse: «Maria lascia stare, ho portato le fritte», non se lo fece ripetere due volte, spense i fornelli e venne a sedersi al tavolo da pranzo. Giuseppe entrò in casa stringendo il pallone sotto il braccio. «Anch’ io voglio la fritta» disse. Mio padre gli mollò uno scappellotto che con quello che gli aveva dato prima mia madre facevano due. «Quante volte ti ho detto che non si gioca con il pallone dentro casa?» domandò, anche se era chiaro che non si aspettava nessuna risposta. «Lascia il pallone in cortile e lavati le mani se vuoi la fritta». Giuseppe mollò il pallone e si lavo le mani, poi tornò nel soggiorno accarezzandosi il collo arrossato. Si sedette alla sua sedia e non prese la fritta. La lasciò lì, nell’ involucro di carta ripiegata, e aspettò che qualcuno, magari la mamma si accorgesse dell’ingiustizia subita. Ma la mamma era troppo presa dalla diretta televisiva per accorgersi di quello che accadeva nella stanza. Alla fine Giuseppe, nell’ indifferenza generale, allungò la mano e prese la sua fritta che sbocconcellò con un'aria infelice, poi bevve un sorso di coca cola dal suo bicchiere e fece un ruttino piccolo e triste invece dei rutti gioiosi che faceva di solito. Quando ebbe finito, si stese sul divano e si addormentò

Alla televisione Tito Stagno, privato delle immagini per un problema al computer di bordo del LEM, raccontò l’allunaggio come lo immaginava, aiutandosi con il pessimo audio che gli arrivava negli auricolari. «Ha toccato!» disse, subito smentito dalla voce di Ruggero Orlando. La discussione che ne seguì impedì a entrambi e a tutti gli spettatori di sentire: "Qui base della Tranquillità, l'Aquila è atterrata". Il grande orologio a pendolo, regalo non gradito della zia Anna, seminascosto tra un pilastro e la tenda della finestra, segnava le ventidue e diciassette, minuto più, minuto meno.

C'eravamo persi il momento tanto atteso dell'allunaggio! Ora, non dovevamo assolutamente perderci il primo passo dell'uomo sulla Luna. Restammo incollati alle nostre sedie scomode, scelte apposta per restare svegli. Verso mezzanotte però cominciai a chiudere gli occhi e a occhi chiusi vidi una luna luminosa come la madreperla, con fiumi di latte, alberi d'argento e frutti di cristallo, i crateri erano piccoli laghi celesti o rosa dove i "lunatici" e "le lunatiche" facevano il bagno. Riaprii gli occhi e tornai nel nostro soggiorno con i mobili in mogano stile impero, il divano di pelle verdone con sopra mio fratello Giuseppe che dormiva e la televisione in bianco e nero. Li richiusi e scivolai dalla sedia andando a sbattere con la testa sul pavimento. Mi svegliai di colpo. Mia madre disse: «È mezzanotte, andiamo a letto». Ma mio padre, che ogni dieci minuti si accendeva una sigaretta e camminava avanti e indietro per la stanza per non correre il rischio di addormentarsi, disse: «Io questo momento non me lo voglio perdere». Prese in braccio Giuseppe, che il suo viaggio lunare lo stava già sognando da un pezzo, e lo portò a letto, tornò nella sala e si sedette sul divano. La mamma rassegnata andò a fare una pipì e poi si sedette a fianco a lui. Io mi accucciai vicino a lei.

Fui la prima ad addormentarmi, non so quando, non so come. Quando riaprii gli occhi vidi mio padre con la testa poggiata sullo schienale del divano e una mano sulla coscia di mia madre. Russava. E vidi mia madre ripiegata su di me che quasi mi schiacciava. La spinsi un po' e mi spostai sul lato esterno del divano, la televisione ancora trasmetteva la diretta sull'allunaggio. Il conduttore aveva perso il suo bel sorriso di vittoria e trascinava le parole come sassi. Aveva un'aria disfatta. Erano le sette e trenta del mattino.

C'eravamo persi Neil Armstrong, la sua orma impressa sulla superficie del Mare della Tranquillità, la frase “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità“. C’eravamo persi la sua passeggiata, durata oltre due ore, e i salti di Aldrin. C’eravamo persi loro due che posavano la bandiera americana sul suolo lunare. Insomma ci eravamo persi tutto, anche la luna che avevamo sempre immaginato.

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