luna rossa

luna rossa

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Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 13 luglio 2019
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. © Immagine tratta dal web

Eravamo di ritorno a casa, ancora una volta delusi perché non avevamo trovato ciò che cercavamo. Alexander sfogliava un giornale, non ricordo se Travel o Dove e comunque ora non ha più importanza. Mi mostrò un articolo che parlava della Puglia. Non c'eravamo mai stati. Avevamo cercato in ogni parte del mondo il nostro posto e ora era lì, sotto i nostri occhi. Immagini di un mare limpido, che si colorava di tutte le sfumature del cielo, sabbia dorata e fine, scogliere con grotte segrete entro cui il mare si insinuava come un amante, colline morbide, alberi di ulivo secolari, cavi e ripiegati su se stessi come noi, vigneti a spalliera, antiche masserie dipinte di bianco, scavi romani, castelli normanni, città barocche e, sparsi per le campagne, i trulli, tipiche costruzioni che rievocavano un paesaggio ancestrale.

Ma una foto su tutte ci colpì: una luna piena, rossa, appena sopra la linea dell'orizzonte, sospesa tra un cielo non ancora blu notte e un mare placido, screziato di vermiglio.

Non avemmo bisogno di parlare, di trovare spiegazioni razionali al nostro desiderio. Saremmo partiti la seconda settimana di luglio e avremmo aspettato, in quella terra, la nostra luna piena. Rossa, proprio come nella foto.

Noi, semidei venuti da un altrove ormai inesistente, sempre in conflitto con la nostra natura, subivamo il potere della luna quando si stagliava come un cerchio luminoso nel cielo di notte. Leggende erano nate sul nostro conto, falsi miti, favole, saghe, storie manipolate dal tempo. Quando avevamo deciso di essere soltanto uomini, rinunciando alla nostra parte sovrumana, sapevamo che c'era un solo posto al mondo dove avremmo potuto liberarci dalla maledizione che, come un peccato originale, gravava su di noi. Ma quel posto non l'avevamo ancora trovato.

-Il sedici luglio ci sarà un'eclissi lunare e noi ci dobbiamo trovare esattamente in quel piccolo borgo marinaro, come si chiama? - domandai.

Alexander lesse velocemente la didascalia sotto la foto e disse: - Savelletri, si chiama Savelletri.

Portammo con noi solo poche cose, non avevamo bisogno di un grande bagaglio.

Arrivammo per l'ora di pranzo e cercammo un ristorante tra i tanti lungo la via principale. Scegliemmo quello col nome per noi più evocativo. Piccolo, sobrio, con una buona cucina e un'accoglienza cordiale. Io e Alexander ci guardammo e sorridemmo, i nostri pensieri sembravano le migliori recensioni di tripadvisor. Ci sedemmo a un tavolo da cui si vedeva il mare e trascorremmo due ore piacevoli. Nutrivamo molte speranze. Prenotammo lo stesso tavolo per l'ora di cena, quando la nostra luna rossa ci avrebbe svelato se eravamo finalmente nel posto giusto.

Cercammo una stanza e passeggiammo lungo il porto dove erano ancorati motoscafi e barche di pescatori. Una smania ci teneva in tensione. Ci piacque chiamarla speranza. Non vedevamo l'ora che arrivasse la sera.

La sera arrivò e non ci trovò impreparati. Avevamo indossato un tipico abito indiano, molto comodo, acquistato a Nuova Delhi durante uno dei nostri viaggi. Al mignolo l'anello con la pietra bruna su cui era incisa una testa di lupo. Nel momento stabilito lo avremmo sfilato e restituito alla luna. Al ristorante arrivammo troppo presto e, mentre scrutavamo il cielo, chiacchierammo con Stefano il proprietario e con Pina la chef.

-So cosa cercate- ci disse Stefano, -non siete i primi. Altri sono venuti, per non so quale motivo, a cercare la nostra luna rossa. Perché pensate ci chiamiamo così? Questo è un luogo incantato dove si concentrano energie positive.

-Per questo i tuoi piatti sono così buoni? - scherzò Alexander.

-Forse, o forse perché la nostra chef è la migliore- rispose Stefano.

Gli mostrai la foto che avevo ritagliato dal giornale. -Sai dirmi dov'è - chiesi.

Sollevò la mano e indicò un punto dietro un promontorio. -È lì che dovete recarvi per trovare la vostra luna.

L'eclissi sarebbe stata alle 23 e quarantacinque. Avevamo tutto il tempo di gustare il cibo che avevamo ordinato. Alle ventidue camminavamo già lungo il sentiero che Stefano ci aveva indicato. Eravamo impazienti di scoprire se la metamorfosi si sarebbe compiuta e se, rimasti soltanto uomini, avremmo potuto salvarci dalla nostra solitudine, restare a Savelletri, passeggiare tra le sue stradine confusi tra la gente, tornare in quel ristorante ad assaporare le varie pietanze sorseggiando un buon vino, chiacchierare con Stefano e perderci negli occhi trasparenti di Pina.

Giunti nel punto che lui ci aveva indicato restammo in piedi davanti al cerchio maestoso e scarlatto della luna.

In silenzio, aspettammo che la magia si compisse.

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