Che c'entriamo noi con il ponte Morandi?

Che c'entriamo noi con il ponte Morandi?

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Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 06 luglio 2019
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. © Immagine tratta dal web

Il lunedì della terza settimana di giugno Giovanni Zampetta si era svegliato con un forte mal di testa. Era successo che durante la festa patronale, dopo tre giorni di anarchia, sua moglie Nella aveva dovuto raccattarlo per strada completamente ubriaco. Giovanni, non ne era sicuro, ricordava di aver visto un lampo di odio negli occhi della sua donna mentre gli diceva che bisogna aver cura delle persone che ci vogliono bene, altrimenti anche il sentimento più forte si sgretola come polvere.

Non è che lui avesse capito esattamente a cosa si riferisse Nella quando aveva detto "avere cura" perché a un un certo punto aveva tirato in ballo alcune antiche masserie ormai abbandonate.

Da quel lunedì, ogni mattina, il mal di testa si era ripresentato come un ronzio fastidioso che, a farci caso, sembrava la voce affilata di sua moglie che gli ripeteva quelle due parole e gli consumava il cervello.

Anche il ventinove giugno, Giovanni si era svegliato all'alba come se avesse un calabrone impazzito nella testa. Mentre caricava le cassette di frutta e verdura sul suo furgoncino, aveva detto, tra se e se: - Mi spacco la schiena ogni santo giorno per mandare avanti la baracca, cosa devo fare di più?- Poi era andato al mercato ad allestire il suo banco.

Alle sei e trenta aveva finito di sistemare tutto. Ne approfittò per andare al bar di Peppino a prendere un caffè e scambiare quattro chiacchiere con i suoi amici. Ogni lunedì parlavano di calcio, gli altri giorni discutevano di tutto ciò che non funzionava nell' Amministrazione Comunale, dei prezzi all'ingrosso e delle tasse che li soffocavano. Ogni tanto Peppino parlava di incidenti stradali, di rapine e di morti ammazzati, mentre Oronzo, il pescivendolo, preferiva parlare di corna altrui. Discutevano anche del Governo che per alcuni stava salvando il paese e per altri lo stava proprio affossando.

La politica li aveva sempre divisi, in fondo è questo il bello della democrazia, ma, da un po' di tempo a questa parte, i discorsi si erano fatti via via più accesi e più violenti come se qualcuno alitasse sulla loro rabbia

L'argomento di quella mattina era il ponte Morandi che, il giorno prima, era venuto definitivamente giù nel giro di sei secondi.Giovanni, rimase in disparte a bere il suo caffè. A Rocco, che vendeva frutta secca e legumi, quello che aveva dato fastidio era che i due "premier" si erano piazzati in prima fila, non per una sorta di vicinanza alla popolazione, ma per farsi vedere, per non cedere la scena all'altro, per dire: è merito mio, insomma per accaparrarsi voti.

Era partita una discussione animata, a cui Giovanni si era guardato bene dal partecipare.

- Che c'entriamo noi con il ponte Morandi? - aveva detto Oronzo infastidito da tutta l'enfasi che Rocco aveva messo nel suo discorso. -Con tutti i problemi che abbiamo qua tu vai a parlare di 'sto ponte che sta a Genova. Chi l'ha mai vista Genova.

- E che significa chi l'ha mai vista Genova? Non è che ce ne freghiamo perché non l'abbiamo mai vista. Genova sta in Italia no? E noi dove stiamo? Se una cosa succede a Genova può succedere anche qua.

-E sì, che qua teniamo un ponte lungo un chilometro.

-Ma proprio non capisci. Là il ponte, qua una strada, un canale, la ferrovia.

-Sei uno iettatore.

-Sono uno che usa la testa. Ci lamentiamo di tante cose che non vanno, discutiamo di questo e di quello e poi non ce ne frega di un ponte che crolla a Nord perché non è successo qua e perché a Nord i soldi ce li hanno e poi figurati se a loro interessa quello che succede a Sud e che anzi un calcio in culo ci vogliono dare!

Giovanni ascoltava e pensava che pure a lui vedere crollare quel ponte, la prima volta quando erano morte quarantatre persone, ma anche il giorno prima quando si era sgretolato dentro una nuvola di fumo, aveva fatto una certa impressione.

-Sono quasi le sette - disse, -andiamo a lavorare.

E uscì dal bar seguito da Rocco, Oronzo e pure Peppino che fermo sulla soglia li guardò allontanarsi. Giovanni fece qualche passo, poi d'un tratto si voltò, si schiarì la voce e disse:

«Bisogna avere cura. Delle cose e delle persone bisogna avere cura. Di tutto bisogna avere cura come si ha cura di un figlio, di una amicizia, di un amore. Bisogna avere cura del Paese, delle strade, dei giardini, delle piazze, di tutto quello che si costruisce, perché senza la cura un figlio non viene su bene, un'amicizia o un amore finiscono. Senza la cura il Paese muore, le strade franano, i giardini diventano deserti e le piazze restano vuote ... - si fermò per prendere fiato o per recuperare un ultimo pensiero, - ... E le masserie diventano ruderi.- concluse.

Si compiacque con se stesso. Era stato bravo, aveva fatto un bel discorso, importante, e tutti erano rimasti a guardarlo a bocca aperta. Nella testa di ognuno di loro quell ' "avere cura" cominciò a viaggiare di sinapsi in sinapsi. Forse non avrebbero capito subito, proprio come era successo a lui, avrebbero pensato che già facevano il massimo, che forse pure chi stava al Governo faceva il massimo, ma era sicuro che al momento giusto anche per loro sarebbe stato tutto chiaro.

Se ne tornò al suo banco di frutta e verdura.

Il ronzio nella testa era scomparso.

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