Maledetta musica

Raffaella Ricci Pausa Caffè
Fasano - sabato 25 maggio 2019
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. © Immagine tratta dal web

Me ne sto in camera da letto a guardare la televisione. Bevo il mio caffè, mi fumo qualche sigaretta e mi addormento.

Mi sveglio, controllo il cellulare e metto la suoneria al massimo, nel caso qualcuno mi chiami per un lavoro.

Fumo un'altra sigaretta, spengo la televisione e mi riaddormento.

E puntualmente lei accende la radio e si sintonizza su un canale che trasmette una lagna fastidiosa.

Quella donna ha sempre il potere di farmi incazzare.

Mi alzo.

-E tu questa la chiami musica? - le dico mentre vado verso la radio e la spengo.

Poggia il ferro sull'asse da stiro e la riaccende.

-Si chiama blues-, dice, - questa musica appartiene agli schiavi neri d'America. E' la loro anima.

-Sei diventata un'esperta di musica, adesso?

-Tuuu! - dice puntandomi il dito contro, - Mi tratti peggio di una schiava. Lasciami almeno ascoltare la musica che mi piace.

Non deve puntarmi il dito contro.

- Spegni - ringhio.

Mi guarda come se volesse mordermi, la cagna.

Stringo i pugni, sento le unghie conficcarsi nel palmo della mano.

-Te lo dico per l'ultima volta, spegni!

- No!

- Che c'è non ti è bastato l'occhio nero di ieri?

- È per questo che non mi fai uscire? Perché la gente non veda come mi conci? Ma non puoi tenermi segregata in casa per sempre!

-E chi lo dice che non posso?

Si piega su se stessa e inizia a piangere. - Non ce la faccio più! - mormora tra i singhiozzi.

- Smettila! - dico.

Ma lei non smette, è peggio della sua musica.

Alzo il volume e le mollo un calcio.

Due.

Il suo corpo raggomitolato, sobbalza.

La rabbia verso questo stronzo mondo che mi ritiene inutile e permette a questa femmina di alzare la testa finalmente si libera.

Gliene mollo un altro e un altro ancora.

- Sei soddisfatta ora? Ti piace questa musica?

La prendo per il collo e la tiro su.

Io l'amo, lei lo sa che l'amo, ma non deve provocarmi.

Gliel'ho detto un sacco di volte che poi finisce male.

Le stringo la gola.

Tace finalmente.

Quando ho visto il ferro da stiro è stato troppo tardi.

Merda!

Sono steso per terra, sento il sangue gorgogliare dalla testa, scivolare lungo il collo e le braccia, scolare dalle dita. La stronza in piedi, ancora con il ferro in mano si tocca la gola e mi fissa. Tossisce.

- Chiama un'ambulanza- dico, - sto morendo!

L'aria rallenta, si ferma.

Lei si siede sul divano.

- La chiamo dopo - dice.

E continua ad ascoltare la sua maledetta musica.

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