Lo speciale. Storia dell'artigianato fasanese: il personaggio

L’artigiano nel torrione, Schiavone e il mondo antico ritrovato

Il fabbro di Fasano, una delle istituzioni nel panorama dell'artigianato locale che vale la pena conoscere per lasciarsi abbagliare dall'amore e dalla passione per il suo lavoro, in vita da quattro generazioni

Attualità
Fasano venerdì 01 agosto 2014
di Ciccio Cofano
Luciano Schiavone nel torrione
Luciano Schiavone nel torrione © FasanoLive

Il “torrione” è uno dei simboli di Fasano: unico superstite di quelle che un tempo erano undici torri di difesa, ormai da innumerevoli anni ospita una dinastia di fabbri fasanesi. Nel momento in cui si varca la porticina d’ingresso, l’ansia e i rumori del quotidiano non sono che un’eco lontana e si viene avvolti da mura strinate, un piccolo angolo ovattato e fuori dal mondo in cui il tempo scivola via con una naturalezza ed un’autenticità che cullano il visitatore. Ad accoglierci c’è Luciano Schiavone, omino gracile e con due grandi occhi che si fanno tremuli nell’intensità del ricordo. Ora il “torrione” è un vulcano dal ventre silenzioso, il suo Efesto non forgia più il ferro. Ma in Luciano Schiavone l’apparente gracilità cede il passo ad una passione e ad un amore per il proprio lavoro così intensi da pervaderne ancora le membra, anche se solo nella rimembranza. E a noi non resta che lasciarci trasportare dalla dolcezza del suo racconto.

Signor Luciano, cosa ha sempre amato lei del suo mestiere?

«A me è sempre piaciuto tutto del mio lavoro, perché avevo la possibilità di creare moltissimi oggetti. Il fascino della mia professione sta nel fatto di avere una dimensione pratica e allo stesso tempo artistica. Infatti ai clienti che si rivolgevano a me per riparare i loro strumenti di lavoro, si univa un’infinità di manufatti artistici da me creati autonomamente, come la lavorazione di caminetti, crocifissi, Madonne, presepi ecc.. La gente spesso mi chiedeva come facessi e a pensarci bene non sapevo dargli una risposta: so solamente che una volta avuta l’idea le mie mani agivano quasi da sole e alla fine ottenevo sempre l’oggetto voluto».

Lei si sente un po’ l’ultimo esponente di un antico modo di fare artigianato? Cosa pensa dell’artigianato attuale?

«Non per vantarmi ma come me penso che artigiani non ce ne siano più. Avevo un rapporto viscerale col mio lavoro: il mio pensiero andava sempre alla mia professione. La mia giornata si svolgeva quasi interamente nella mia bottega: anche durante il pranzo o mentre dormivo la mente era sempre impegnata a partorire nuove creazioni! Si può dire che lo stesso torrione fosse una sorta di mia mostra permanente visto che al suo interno esponevo i miei manufatti migliori. Molti clienti amavano anche vedermi lavorare, vedere come gli oggetti prendevano pian piano forma tra la forgia, l’incudine e il martello!».

Le sono stati commissionati lavori anche al di fuori della regione o addirittura della nazione?

«Certamente! Nel corso degli anni molte persone provenienti da America, Spagna, Francia Germania e Belgio che si trovavano a Fasano per trascorrere le loro vacanze hanno acquistato alcune mie creazioni che io esibivo nel torrione. Anni fa ho anche rifiutato di partecipare ad una mostra di livello mondiale che si tenne a Bruxelles per l’eccessiva distanza visto che dopo la morte di mio fratello lavoravo da solo. Comunque ho partecipato a moltissime mostre a Fasano e in altre città della Puglia ottenendo numerosi riconoscimenti».

Lei ha sempre lavorato qui? Cosa rappresenta per Lei il “torrione”?

«La mia famiglia lavora qui da quattro generazioni: il primo fu il mio bisnonno oltre due secoli fa. È stato sicuramente il primo fabbro del paese. Poi si sono succeduti mio nonno, mio padre e infine io. Il torrione per me ha un valore che va al di là del semplice lato storico: è una mia seconda casa. A questo posto sono legati un sacco di bei ricordi di lavoro e di vita con mio padre e con mio fratello.  In particolare ricordo quando mio padre, osservandomi al lavoro, si complimentò dicendomi: “Figlio mio, ora mi hai superato. Si propr nu mest”. Dopodiché, essendo di poche parole, uscì fumando la pipa. Quel complimento mi inorgoglì molto perché allora aveva il valore di una vera e propria investitura».

Al termine, varcata nuovamente la porta, uno stordimento dovuto alla rinnovata luce del Sole e all’improvviso frastuono del mondo esterno si mischia ad un sincero dispiacere misto ad orgoglio per aver assistito al commiato di un mondo antico, che forse non c’è più.

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