Giustizia e impunità.

Graziana Lacirignola LiveYou - Politica
Fasano - martedì 21 marzo 2017
Giustizia e impunità.

Non è una semplice coincidenza che, negli stessi giorni in cui il Senato ha approvato, con la fiducia, la riforma del processo penale proposta dal Governo (di cui si discuteva da anni), si faccia un gran parlare dei problemi della giustizia italiana in generale ed in particolare della lentezza dei processi (soprattutto civili), che pongono l'Italia agli ultimi posti nelle classifiche internazionali per la capacità di risoluzione delle controversie (precisamente al 160° posto su 185 nella classifica mondiale).
Lentezza che finisce col diventare sinonimo di giustizia negata, di violazione del diritto al giusto processo, di negazione del diritto di difesa e che comporta, peraltro, l’esborso di milioni di euro l’anno per la riparazione dei danni da essa derivanti.
Più volte la dottrina si è interrogata sui motivi di questa "patologia" del nostro sistema processuale, enucleando una serie di ragioni che potrebbero esserne la causa (mancato ammodernamento di leggi e strutture, carenze strutturali e formative dei Giudici italiani, inadeguatezza del concorso di ingresso nella magistratura; per elencarne solo alcune).
Mentre leggo di questa annosa questione, non posso fare a meno di pormi una domanda: ma è sempre così? Oppure a volte le ragioni che bloccano gli ingranaggi processuali hanno natura e origine diverse?
Porto ad esempio il "curioso" caso di un nostro concittadino, sul quale (per motivi che ignoro) è calato un gelido silenzio: la sospensione cautelare del Consigliere Regionale Fabiano Amati.
Un silenzio reso ancora più "assordante", dalla inspiegabile circostanza che a tacere su quanto accade non siano unicamente i mezzi d'informazione, ma anche coloro che solitamente fanno un gran baccano (giustamente) per risvegliare le coscienze di tutti i cittadini, su questioni spesso molto meno rilevanti di quella di cui si discute.
La vicenda giudiziaria è nota a tutti (o almeno a molti), ma credo sia necessario riportare per grandi linee quanto accaduto.
Il consigliere Pd Amati, il 13 febbraio 2014, fu condannato in primo grado ad un anno e otto mesi per abuso d'ufficio e falso. La sua carica venne dunque "congelata" per effetto della legge Severino, la quale impone la sospensione dei consiglieri condannati anche solo in primo grado.
Il 21 gennaio 2015, la Corte d'Appello di Lecce riconferma, anche se parzialmente, la sentenza di primo grado, assolvendolo dall’accusa di falso ideologico che gli era contestata e riqualificando l’imputazione di abuso d’ufficio in tentato abuso d’ufficio, infliggendogli una pena di 6 mesi di reclusione.
Pertanto egli resterà sospeso dal suo incarico di consigliere regionale fino a gennaio 2017 (18 mesi per la condanna in primo grado più un altro anno di sospensione per la conferma in Appello).
Sospensione che viene impugnata dal Consigliere Regionale dinanzi alla Corte d'Appello Civile di Bari, perché in applicazione di una norma, a suo avviso, incostituzionale in quanto lesiva del suo diritto di elettorato passivo e del principio di uguaglianza.
La Corte di Bari valutando ammissibile (perché rilevante e non manifestamente infondato) il dubbio, sospende, dunque, il giudizio e contestualmente gli effetti del provvedimento prefettizio (la sospensione) fino alla pronuncia della Corte Costituzionale.
E la Corte Costituzionale si pronuncia, il 5 ottobre 2016, giudicando infondate le questioni e stabilendo, in sintesi, che la legge Severino è costituzionale, per cui la sospensione dalla carica è legittima e va mantenuta.
Questo il caso.
So che leggere le fasi processuali è incredibilmente noioso, ma è indispensabile capire cosa succede tecnicamente da questo momento in poi: la Corte Costituzionale trasmette dispositivo e sentenza (pubblicata per giunta sulla Gazzetta Ufficiale) alla cancelleria del giudice a quo (quel giudice cioè che ha sollevato la questione di costituzionalità - in questo caso la Corte di Bari), il quale deve fissare un’udienza in cui prendere atto del giudizio espresso dalla Corte Costituzionale, revocare il provvedimento cautelare (e quindi restituire efficacia al provvedimento prefettizio di sospensione) e definire il giudizio con sentenza, rigettando pertanto la domanda.
A questo punto occorre che sia disposta la fissazione dell’udienza di discussione della causa e questa può avvenire o d’ufficio (tenuto conto dei carichi di lavoro e dei ruoli d’udienza della Corte stessa) o su impulso delle parti, o meglio della parte interessata. Parte interessata che in questo caso è la prefettura/ministero dell’interno, difesa dall’Avvocatura dello Stato.
Prefettura, Ministero e Avvocatura dipendono tutti dal Governo, attualmente espressione del PD. E c’è da chiedersi dunque: batteranno mai i pugni per accelerare la conclusione di un processo che porterà necessariamente alla conferma della sospensione di un importante consigliere regionale del PD? Infondo sono oberati da ben altre priorità e d’altra parte non ci sono movimenti d’opinione, né controinteressati, che spingono ad una definizione in tempi ragionevoli.
Quasi sei mesi in cui non è accaduto assolutamente nulla e durante i quali il Consigliere Amati ha continuato a ricoprire una carica dalla quale sarebbe dovuto essere sospeso senza se e senza ma: non vi è un processo da attendere, una presunzione di innocenza, c’è solo ed esclusivamente un “intoppo” che non permette il normale “deflusso dell’acqua”.
Una carica consigliare non gratuita, ma retribuita circa 10.000€ lordi al mese, credo possa essere valutato “affare nostro” e, forse, dato che siamo noi contribuenti a finanziare l'intero sistema, vantiamo almeno il diritto di porci qualche domanda, se non quello di ricevere risposta.
E allora io mi chiedo: in questo caso che peso hanno le motivazioni addotte dalla più autorevole dottrina in merito alla lentezza dei processi? Forse, bisognerebbe valutare anche l’ipotesi che, talvolta, "l'opportunità" sia il vero ingranaggio rotto che blocca l'intero meccanismo.
In fondo, per rendere disuguale l’applicazione della legge, non occorre che vi sia platealità, ma spesso è sufficiente "operare" in quelle “stanze” di cui noi cittadini non conosciamo il funzionamento.
Certo, indispensabile è, però, sedare l’opinione pubblica e il mezzo più idoneo è spegnere i riflettori, sperando che cali il sipario e che l’intera faccenda sia affidata all’oblio.

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