Talenti di casa

Giulio e Gerry. Lo spettacolo: un sogno al quale non si può sfuggire

I ricordi, le ambizioni, i progetti: intervista al duo comico fasanese

Spettacolo
Fasano domenica 11 marzo 2018
di Rosachiara Monopoli
Intervista a Giulio e Gerry
Intervista a Giulio e Gerry © Giovanni Spagnuolo

Giulio e Gerry sono un duo comico molto amato dai fasanesi dal 2013. Dopo i due successi di “Politicamente scorretti”, quest’anno hanno divertito la platea con le dieci date di “Che ti vuoi giocare?!”. Ecco le loro riflessioni su quanto realizzato in questi anni e le loro aspettative per il futuro.

Quando è nata la vostra passione per la recitazione e, soprattutto, l’idea di imitare il “fasanese medio”?

GERRY: Abbiamo cominciato entrambi a recitare quando è nato il nostro duo: nel lontano 2013 provavamo per “Hai visto mai?”, un lavoro di Luciano Medusa, nel quale io e Giulio interpretavamo due poliziotti strampalati, e durante le pause, scherzando con gli altri, notammo la passione comune per le imitazioni e l’intrattenimento. In quell’occasione decidemmo di tentare di fare un programma radio, il “Rido Diaconia show”, sulla scia di “Viva radio due” di Fiorello e Baldini, nel quale ci alternavamo nei ruoli di comico e spalla per prendere in giro i volti dello scenario locale. Grazie alla realizzazione di questo progetto siamo stati notati da Mimmo Capozzi, ancora oggi il nostro produttore, che ci scritturò per il primo spettacolo “Non lasciateli da soli” (maggio 2014). Da lì non ci siamo più fermati: dopo due “Politicamente scorretti”, che avevano trattato quasi esclusivamente di politica, siamo arrivati a “Che ti vuoi giocare?”, perché avevamo bisogno di trovare nuovi stimoli e perché volevamo chiudere il cerchio sulla nostra Fasano, facendo un quadro su chi non avevamo ancora toccato: il fasanese medio.

Vi sentite più distaccati imitatori dei difetti altrui o in fondo ridete anche un po’ di voi stessi?

GERRY: Dentro ognuno di noi c’è il fasanese medio, è innegabile: chi non ha mai parcheggiato due minuti sulle strisce per disabili, chi non ha mai gettato una cicca o una carta a terra? In minima parte è anche dentro di me, sarei un ipocrita se dicessi il contrario, anche se cerco di combattere questi comportamenti. Ciò che ci rende soddisfatti è il fatto che il fasanese medio abbia riso di se stesso, rivedendosi. Noi non abbiamo l’illusione di cambiare il mondo con qualche spettacolo, piuttosto miriamo a lasciare allo spettatore un germe di riflessione e quindi una possibilità di migliorarsi.

Dopo l’ultimo spettacolo con un post su Facebook avete comunicato che smetterete di occuparvi di “fasanesità” per spostarvi su nuovi fronti. Qual è il motivo di questa decisione?

GIULIO: Il distacco ha una motivazione sia strategica sia conseguenziale. Abbiamo detto già abbastanza e non vogliamo rischiare di essere ripetitivi, e poi, come Mourinho lasciò l’Inter dopo aver vinto tutto, ci sentiamo di cambiare a questo punto della carriera fasanese. Se è vero che ormai siamo conosciuti qui a Fasano, è anche vero che ci abbiamo messo anni per farci conoscere e fornire un quadro completo su quello che per noi questo paese è; ci vorrà almeno il doppio del tempo per arrivare e portare il nostro pensiero ad un’area più estesa come la regione o la nazione. Ci sembra il momento giusto per cominciare, magari continuando ad investire attraverso il web per portare la gente a teatro.

Fasano sostiene i suoi talenti? In altre parole, vi ha aiutati a realizzare i vostri progetti?

GIULIO: Il sostegno che arriva da Fasano è fatto sempre di iniziative individuali: di un politico di turno a cui piaci, di un commerciante, di un amico, di qualcuno che si rivolge ad un proprio bacino d’utenza consolidato, che ti coinvolge in un’iniziativa, ti chiede di fare un video, ecc. Dal punto di vista del pubblico, in una piccola realtà come la nostra, è molto difficile una condivisione totale di un’iniziativa: siamo abbastanza invidiosi del prossimo, è uno dei difetti del “fasanese medio”.

Quanto ha influito la vostra formazione sul tipo di comicità che poi avete costruito?

GERRY: Entrambi abbiamo avuto la fortuna di frequentare il liceo classico ed è inevitabile che questo tipo di formazione si radichi negli anni dell’adolescenza e influisca, anche involontariamente, su tutto quello che scriviamo. Una spettatrice mi ha fatto notare, dopo l’ultimo spettacolo, che il soldato che abbiamo voluto sbeffeggiare con lo sketch sulla seconda guerra mondiale ricorda proprio il miles gloriosus della commedia latina: non ci avevo fatto caso prima, ma ho ricordato che, quando la mia professoressa del liceo assegnava commedie da leggere a casa, quella del miles era una delle figure che mi affascinavano e divertivano di più. Penso di averne ricreata una versione fasanese. Quindi sì, indubbiamente la formazione che abbiamo si ritrova in quanto facciamo oggi.

Pensate di fare della comicità il vostro lavoro o la coltivate come un hobby?

GIULIO: Inevitabilmente, che sia fatto una tantum o in maniera stabile, lo spettacolo è sempre un lavoro a progetto. Sappiamo bene che se proseguiamo su questa strada non avremo mai un posto fisso o una stabilità, però quando scriveremo dei pezzi, reciteremo in uno spettacolo, ci dedicheremo al teatro, sarà sempre un lavoro. Ciò non toglie che contemporaneamente non possiamo fare altri lavori che possono impegnarci anche di più e darci un’entrata più regolare. Probabilmente arriveremo ad un bivio e saremo obbligati a scegliere: io per ora non ci sono arrivato.

GERRY: Io penso che il tutto sia legato agli stimoli: se ve ne sono sempre di nuovi, bisogna assecondarli. Nel 2013 non avrei mai immaginato di realizzare uno spettacolo scritto da me e da un mio collega e riempire un teatro della mia città per dieci sere di seguito. A questo punto non riesco più ad accontentarmi di recitare solo un mese all’anno, per tornare alla vita normale nel resto del tempo. Per adesso lo conservo come uno splendido sogno nel cassetto, però mi auguro che possa diventare un giorno la mia professione. Mi piacerebbe vivere di questo: ci sono un sacco di variabili che non si possono calcolare e ne sono consapevole, ma lo dico con lo stesso spirito di un bambino che sogna di diventare calciatore perché vede Zanetti, Del Piero, Totti … non so cosa sarà di noi, però spero di poter calcare ancora il palcoscenico e i palcoscenici. Chi ha recitato anche solo una volta sa che la fine di uno spettacolo libera serotonina, scatena le emozioni, fa alzare l’autostima: crea dipendenza.

Nuovi progetti?

GIULIO: La probabile realizzazione di un nuovo grande spettacolo di cui non saremmo gli unici protagonisti, che, sul modello della rivista anni cinquanta, unirebbe in varie performance tutti i tipi di arte, dal canto al ballo alla recitazione.

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